In Tenda sulla Via degli Dei

Percorrere la Via degli Dei d’estate con lo zaino e dormendo in tenda. Ti racconto la mia esperienza.

La Via degli Dei, da non confondersi con il Sentiero degli Dei della Costa Amalfitana, è un percorso collega Bologna e Firenze valicando l’Appennino e che ricalca in buona parte l’antica Via Flaminia Militare costruita dai Romani nel II secolo a.C. E’ una via relativamente breve (circa 130 Km), con un dislivello non proprio banale e ideale per mettersi alla prova portandosi tenda, materassino e sacco a pelo (oltre al resto) nello zaino. In questo articolo racconto la mia personle esperienza.

Sono partito da solo, il che non è un’ottima idea quando si pensa di viaggiare in tenda visto che questo significa non poter condividere il peso relativo con altre persone. Avevo comunque una tenda leggera, anzi, per la precisione una leggerissima tendamaca che parte per essere un’amaca, coperta, e può trasformasi in un bivy, un piccolo riparo da utilizzare a terra se non si hanno a disposizione degli alberi o dei pali a cui appendere l’amaca. E’ la DD SuperLight Jungle Hammock, che prima o poi recensirò su questo blog, che pesa circa 1,5 Kg.

Come materassino ho utilizzato il Trek700 Short di Decathlon puntando sul suo volume e peso ridotto (350 gr). E’ più corto di quelli tradizionali ma nel mio caso era sufficiente a coprirmi dal fondoschiena alla testa.

Sono partito ai primi di Agosto del 2018, in un periodo caldissimo in cui i telegiornali indicavano Bologna e Firenze come tra le 10 città più calde d’Italia. Ho quindi scelto di portarmi un sacco a pelo non particolarmente caldo optando per un Forclaz Trek 500 15° Light di Decathlon che risulta poco voluminoso e leggero (circa 700 gr).

Sono riuscito a far entrare tutto il necessario inclusivo di tenda, materassino e sacco a pelo in uno zaino di 60 litri senza dover appendere niente al di fuori. L’esigenza di portarmi dell’attrezzatura fotografica e powerbank per la ricarica ha portato il peso complessivo a circa 13 Kg, cibo e bevande escluse. Essendo comunque un carico notevole (e spero riusciate a fare meglio di me alleggerendolo il più possibile), ho adottato alcune strategie.

La prima è stata quella di svegliarsi presto la mattina e sfruttare il più possibile le ore più fresche per macinare quanti più chilometri possibile. Dalle 12.30 alle 14.30 circa mi sono sempre riposato stendendo l’amaca al fresco.

La seconda è stata quella di pianificare al meglio l’utilizzo e l’approvigionamento dell’acqua che purtroppo è scarsa lungo il percorso. Avevo la possibilità di caricare due litri e mezzo ma, considerando l’equivalenza tra litri e Kg, mi sono subito reso conto che sarebbe stato un aggravio insopportabile per le mie spalle. Ecco perchè ho incluso una mappa con le fonti che ho trovato lungo il mio percorso (alcune non sono presenti nella Guida alla Via degli Dei di Frignani che ho preso come riferimento).

Di seguito riporto le tappe, alcune note e soprattutto i punti in cui ho pernottato in tenda (amaca).

1° TAPPA – DA BOLOGNA A BRENTO

Consiglio di dormire a Bologna la sera prima in modo da poter partire presto la mattina. Si parte da Piazza Maggiore e si procede in piano fino ad arrivare al portico di San Luca che, su gradini in salita, arriva all’omonimo Santuario. Non arrivate troppo presto lì in cima se intendete visitarlo perchè il cancello apre solo alle 7.00.

Da li si scende nel Parco della Chiusa che costeggia il Reno e dopo un pò ci sidirige verso la Riserva Contrafforte Pliocenico. La variante che prevede salita al Monte Adone è impegnativa ma ne vale assolutamente la pena.

A Brento potete accamparvi al Circolo Monte Adone che mette a disposizione, in maniera del tutto gratuita, uno spazio erboso e con alberi per le tende e gli spogliatoi, sempre aperti, con doccia (fredda) nel retro. C’è anche un bar che osserva turni di apertura (informarsi per gli orari al 335 65 70 101) e dove sarebbe doveroso consumare qualcosa per ringraziare di tanta ospitalità. Dal prato si accede con una scaletta alla strada e ci si trova nelle immediate vicinanze della Vecchia Trattoria Monte Adone dove ho cenato splendidamente senza svenarmi.

2° TAPPA – DA BRENTO A MADONNA DEI FORNELLI

A Madonna dei Fornelli ci sono ben due possibilità. La prima è di piantare le tende dal B&B Romani; dai commenti generali, mi sembrano molto accoglienti ma non ho avuto modo di verificare di persona. La seconda, quella che ho scelto io, è di accamparsi nello spazio messo a disposizione dall’Albergo Poli: un bel prato, ampio e con un casottino con una toilet e una doccia con acqua calda e con possibilità di mettere l’amaca tra gli alberi. E’ gratuito e viene solo richiesto di fare una consumazione al loro bar. Ottimo anche il loro ristorante dove ho mangiato una fantastica tagliata.

3° TAPPA – DA MADONNA DEI FORNELLI A MONTE DI FO’

Sinceramente, la deviazione proposta al Passo della Futa per andare a vedere un tratto della Flaminia Militare sul Monte Poggione non vale la pena dello sforzo. A me non ha colpito in maniera particolare o, almeno, non più degli altri tratti che si percorrono prima nel bosco. A maggior ragione se poi si va a campeggiare da Il Sergente come ho fatto io (costo 10 euro). Quello è un camping super affollato d’estate di roulotte e casette con poco spazio a disposizione per chi campeggia e nessun albero per appendere un’amaca. E’ vero però che c’è una piccola piscina che potrebbe alleviare le fatiche (tante) della giornata e che i Servizi igenici sono decorosi. Per pranzo e cena c’è una doppia possibilità: al camping (provato – discreto ma inferiore ai precedenti) oppure al ristorante dell’Albergo subito accanto.

L’alternativa al camping il Sergente è il Camping della Futa, poco prima del passo della Futa e del Cimitero MIlitare Germanico ma non ho pareri diretti o indiretti da riportare al momento. Dovessi mai rifare la Via degli Dei in tenda credo che passerò di lì.

4° TAPPA – DA MONTE DI FO’ A SAN PIERO A SIEVE

Consiglio di fare la deviazione per Sant’Agata. Allungherete un pò ma avrete la possibilità di rifocillarvi al bel bar di questo paesino e di usufruire del piccolo market al suo interno che mi è sembrato ben rifornito.

Ripresa la strada, dopo pochi chilometri, si incontra sulla sinistra La Sosta degli Dei, un’area attrezzata che mi sarebbe piaciuto verificare ma che purtroppo apriva solo dal giorno dopo il mio passaggio.

A San Piero a Sieve per attendarsi non c’è scelta: Camping Village Mugello Verde. Per arrivarci occorre una deviazione che ci allontana dal paese di un chilometro e mezzo ma ne vale la pena: piscina, ristorante, Servizi al top, spazio abbondante per tende e amache, verde dappertutto… un posto veramente carino che, chiaramente, si fa pagare (una piazzola e una persona fanno 18 euro). Al ristorante interno si mangia bene pagando il giusto. La mattina si può uscire da un cancelletto (vengono fornite le chiavi) che da direttamente sulla Via degli Dei permettendo di raggiungere il centro se uno vuole visitare San Piero a Sieve e di recuperare la fatica della deviazione del giorno prima.

5° TAPPA – DA SAN PIERO A SIEVE A FIRENZE

Ho deciso di fare questa lunga tappa (più di 40 km incluse deviazioni!) invece di spezzarla, come suggerito dalla Guida di Frignani, in due. Il motivo è che non ho trovato campeggi o punti sosta comodi a circa metà del percorso. E’ una tappa dura anche per gli approvigionamenti di acqua e cibo, motivo per cui ho deciso di fare la deviazione all’Hotel Ristorante Dino a Olmo. Non mi hanno potuto servire il pranzo (il ristorante è aperto solo a cena e non il mercoledì) ma, gentilmente, mi hanno preparato un panino e mi hanno raccontato che è possibile mettersi d’accordo con un proprietario in zona per piantare le tende venendosi poi a fare la doccia e cenare da loro. Se non vi volete sfiancare (è stata veramente dura) provate a fargli uno squillo al 055 54 89 32 e fatevi consigliare.

Altra possibilità entrando in Fiesole è il Camping Village Panoramico Fiesole di cui però non ho notizie.

E se partite da soli, non abbiate paura: sicuramente incontrerete amici lungo il cammino!

Camminare, il vero BruciaGrassi

21 MAR, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Tisane o altre sostanze “bruciagrassi” capaci di farci diminuire di peso rapidamente andando ad eliminare il grasso in eccesso sono una pura invenzione di marketing. Solo un’attività fisica di tipo aerobico, come il Camminare, abbinata ad un sano stile di alimentazione può veramente riuscire a farlo.

In un celebre video su YouTube, Dario Bressanini spiega, innanzitutto, che queste fantomatiche tisane non possono veramente bruciare i grassi. Lo dimostra scientificamente partendo dalla definizione di Caloria, l’energia necessaria per innalzare di 1 °C (da 14,5 a 15,5) la temperatura di 1 g di acqua distillata alla pressione di 1 atm. Considerando che l’Energia non può essere distrutta ma solamente trasformata e sapendo che un grammo di grassi ha un potere calorico di 9000 Calorie, con pochi e semplici passaggi matematici ricaviamo che con la combustione di 100 grammi di grassi si ottiene un innalzamento della temperatura di 90 Kg di acqua di 10 gradi. Visto che siamo composti al 60% di acqua, se veramente questa miracolosa tisana bruciasse anche solo questa piccola quantità (e 100 grammi di grassi in meno non ci renderanno di certo magri!) questo significherebbe un aumento della nostra temperatura corporea tale da portarci a morte certa.

Per eliminare i grassi, invece, sono necessarie una corretta alimentazione e un’attività fisica adeguata. La prima è ovviamente molto importante ma qui mi interessa concentrarmi sulla seconda.

Il nostro corpo per produrre energia utilizza, approssimando un pò, uno di due meccanismi. Il primo, detto aerobico, avviene quando abbiamo grande disponibilità di ossigeno, cosa che succede in attività prolungate ma di bassa intensità che possiamo svolgere senza avere il “fiatone”. Il secondo, detto anaerobico, interviene quando l’intensità dello sforzo è alta e non riusciamo a introdurre tutto l’ossigeno di cui necessiteremmo.

I due meccanismi utilizzano riserve energetiche diverse. In quello anaerobico vengono utilizzati principalmente le riserve di glicogeno che derivano dai carboidrati. Quello aerobico invece, dopo una ventina di minuti di consumo di glicogeno, comincia a “bruciare” i depositi di grassi.

Camminare è un’attività, entro certi limiti di intensità, di tipo aerobico. Ecco perchè affermo che è il vero bruciagrassi: in questo caso, a differenza delle tisane, l’energia viene spesa e non trasformata in calore !

Ma cosa significa entro certi limiti? Se noi percorriamo un tratto in forte pendenza a ritmo sostenuto e siamo a corto di fiato, quasi sicuramente non staremo nella fascia aerobica ma in quella anaerobica dove non consumiamo le grosse quantità di grassi di cui disponiamo ma le limitate scorte di glicogeno che sono particolarmente preziose visto che senza di queste i grassi non possono essere utilizzati. Per bruciare i grassi bisogna invece avere un passo costante e un ritmo che ci consenta di rimanere in zona aerobica.

Come faccio a rendermi conto in quale delle due fasce mi trovo? Esistono molti sistemi utilizzati da atleti di buon livello (non necessariamente professionisti) ma sono un pò scomodi per “camminatori della domenica”. Un buon metodo, pratico e poco costoso, è l’utilizzo del cardiofrequenzimetro che ci permette di misurare la frequenza dei battiti cardiaci. Svolgendo attività fisica in un determinato range (60-70%) della propria frequenza cardiaca massima è possibile lavorare nella zona aerobica ottenendo lo smaltimento dei grassi e ulteriori benefici dovuti al potenziamento della propria capacità aerobica.

Il cardiofrequenzimentro può essere impostato con allarmi acustici per darci un feedback immediato sull’intensità del proprio sforzo e farci capire se siamo al di fuori dell’intervallo ideale. In più, ci fornisce anche una traccia cronologica che può essere utilissima per successive analisi.

Volete un sistema ancora più semplice? Il Talk Test, un pò approssimativo ma efficace: se riuscite a camminare e a parlare senza fiatone siete in zona aerobica. Facile eh? Si, come camminare.

Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza. Intendo, con questo, una lentezza del camminatore che non è l’esatto contrario della velocità. In primo luogo, è l’estrema regolarità del passo, la sua uniformità. Al punto che potremmo quasi dire che il buon camminatore scivola – Frédéric Gros

#IndovinaDove: il gioco per scoprire nuovi sentieri

17 GEN, 2018 in Articoli Giochi di Agostino Anfossi

Ogni tanto sulla nostra pagina Facebook (GoTrek) lanciamo il gioco #IndovinaDove per incentivare la curiosità degli escursionisti a conoscere nuovi luoghi o sentieri o a ricordarsi di quelli dove sono già stati.

Per rendere la cosa più “gustosa” mettiamo in palio una partecipazione gratuita ad una delle nostre escursioni o altri premi equivalenti. Benchè si tratti di un gioco e non un vero e proprio concorso a premi è comunque importante dare delle regole.

Per partecipare occorre aver messo “Mi piace” alla pagina Facebook GoTrek e rispondere al post del luogo da indovinare con un commento che riporti la soluzione.

Prendiamo in considerazione solo la prima risposta e non è consentito modificarla pena l’esclusione.

Il vincitore di un #IndovinaDove non può partecipare ai successivi 4 #IndovinaDove.

La partecipazione gratuita, oggetto del premio, non può essere ceduta ad altri e deve essere sfruttata nel periodo indicato nel post.

Nel caso di più partecipanti che rispondono correttamente, estraiamo (solo trai primi 9) il vincitore finale utilizzando un algoritmo che prende in considerazione come variabile casuale il primo numero estratto del Lotto sulla ruota di Roma della prima estrazione successiva al termine del gioco. L’algoritmo da un vantaggio importante al primo partecipante che risponde correttamente; tale vantaggio diminuisce sensibilmente con i successivi partecipanti. Quindi: cercate di rispondere bene il più rapidamente possibilie!

Per tutto il resto, considerate che è un gioco.

Inviateci anche i vostri selfie sui sentieri ! Se le pubblicheremo a voi spetterà comunque una partecipazione gratuita !

Come mantenersi ben idratati

10 GEN, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Spesso, durante le escursioni, sento i partecipanti dire che preferiscono non bere o, almeno, farlo il meno possibile. Le motivazioni che vanno per la maggiore sono che non hanno sete e che non vogliono sudare. Ah, si, anche che non vogliono fare pipì in continuazione.

L’acqua è indispensabile per tutte le reazioni biochimiche nel nostro organismo e durante gli sforzi fisici ci protegge dal surriscaldamento attraverso la secrezione di sudore che evapora sottraendo così al corpo il calore eccedente (principio del calore latente, in termodinamica). Quindi, il sudore non va pensato solo come un fastidio, ma come una fantastica difesa dell’organismo; limitando l’acqua, riduciamo, in realtà, le nostre capacità di contrastare tale surriscaldamento e rischiamo di provocare danni molto maggiori che non la semplice sensazione di umido sulla pelle.

L’acqua, infatti, costituisce mediamente il 60% dell’intera massa corporea e una sua carenza è mal tollerata dal nostro organismo. Una perdita del 2% del volume dell’acqua corporea totale altera la termoregolazione e influisce negativamente sull’efficienza e sulle capacità fisiche (tra cui un aumento della frequenza cardiaca e una riduzione della sua gittata). Una perdita del 5% comporta il rischio di crampi e può portare ad una riduzione del 30% della prestazione fisica. Perdite superiori risultano particolarmente pericolose e mettono in serio rischio la vita.

Quindi, se mentre si cammina, si ritiene di sudare troppo è meglio rallentare piuttosto che rinunciare a bere. Anzi, meglio prendere l’occasione per una sosta proprio per reintegrare quei liquidi che stanno evaporando con la sudorazione o con altri meccanismi come l’urina.

Non solo,  la sudorazione sarà tanto più efficiente quanto meglio siamo idratati. Infatti, quando la quantità di acqua presente nel nostro organismo è sufficiente, il contenuto salino (sodio, cloro, potassio e magnesio) del sudore sarà basso ottenendo così una valida evaporazione. Se invece abbiamo bevuto poco, il sudore conterrà una maggiore concentrazione di sali determinando un minore raffreddamento del corpo. Avete capito ora l’origine del famoso “sudore salato” che brucia venendo a contatto con la congiuntiva o la mucosa delle labbra?

Considerando che, in condizioni normali di temperatura e a riposo un soggetto assume (con le bevande e attraverso gli alimenti) mediamente 2,5 litri di acqua al giorno, per un’escursione di 6 ore sopra i 1.500 metri consiglio di portare almeno 2,5 litri di acqua (anche di più in caso di alte temperature) da bere con regolarità e a piccoli sorsi: 150-200 ml (un bicchiere d’acqua) ogni 20-30 minuti. Immaginate il nostro organismo come una spugna: se versate troppa acqua, l’eccedente andrà perso. Fate in modo che la “spugna” sia costantemente bagnata ma senza sprechi.

Sicuramente utili sono le bevande arricchite di sali minerali (potassio, magnesio e sodio), poiché, paradossalmente, l’ingestione di acqua priva di questi (come quella della fusione della neve) provoca un’ulteriore disidratazione dell’organismo oltre che un potenziale squilibrio nel rapporto tra idratazione e condizione elettrolitica. Il mio consiglio, comunque, è di non abusarne.

Per trasportare l’acqua si possono usare bottiglie riciclabili di plastica dura, di vetro, di alluminio (anche se non sono completamente a loro favore) ma sicuramente non le bottigliette di plastica mono uso (leggi perchè sul mio articolo)! Le “sacche col tubicino” (camelbak per gli escursionisti cool) che si infilano dentro lo zaino sono davvero molto comode e hanno due grandi vantaggi: diminuiscono di volume man mano che si beve e, soprattutto, avendo il tubicino sempre a portata di mano si può, con estrema praticità, bere regolarmente e in piccole quantità come suggerito precedentemente. Gli svantaggi sono che, spesso, danno un saporaccio di plastica all’acqua (ma dipende anche dal modello) e che possono presentare problemi di ammuffimento se non pulite e asciugate perfettamente (mi riferisco soprattutto al tubicino).

E’ importante continuare ad idratarsi anche alla conclusione dell’escursione. A tal proposito, come confermato da uno studio pubblicato sull’International Journal of Sport Nutrition, una buona birra artigianale non filtrata a bassa gradazione (< del 4%), grazie alla bassa percentuale di zuccheri e alla presenza di magnesio, fosforo, calcio e complesso B può essere considerata un ottimo energetico. Una sola e a bassa gradazione, eh!

Anche un buon bicchiere di vino rosso, oltre ad allietare il pasto, può, grazie ai flavonoidi, garantire un’azione antiossidante sull’intero organismo.

Assolutamente da evitare qualsiasi tipo di alcolico, invece, durante l’escursione. Non solo perchè rallenta, anche notevolmente, i riflessi. Ma anche per la sua azione di dilatazione dei vasi sanguigni che comporta una maggiore dispersione di calore con conseguente raffreddamento della temperatura corporea (la sensazione inziale di calore e tepore, infatti, è solo temporanea).

Da evitare anche l’acqua gassata perchè dilatando lo stomaco comprime il diaframma e rende più difficile la respirazione.

Altri fattori che influenzano lo stato di idratazione (e quindi la necessità di bere acqua) sono, ovviamente, la temperatura e l’irraggiamento. Anche il vento facilita il processo di evaporazione del sudore (e quindi accelera la disidratazione) solo che ce ne accorgiamo di meno, in quanto la fastidiosa sensazione di umidiccio sulla pelle scompare in fretta: tenetene conto, anche d’inverno!

Mantenersi idratato inoltre permette di depurare l’organismo dalle tossine espellendole all’esterno, garantisce il trasporto dei nutrienti, lubrifica le articolazioni, aiuta il sistema digestivo.

Un copriscarpe durante le escursioni bagnate

Durante un’escursione può capitare di dover guadare un piccolo torrente in un punto dove non ci sono massi sporgenti, oppure ci sono ma molto distanti tra loro e dannatamente scivolosi o con molto fango umido. Oppure può capitare che piove a dirotto ed è pieno di pozzanghere. Quelli sono i momenti in cui ci piacerebbe tanto avere un paio di stivaloni di gomma che, però,  sono sicuramente un accessorio ingombrante e pesante da portarsi dietro. Magari hai gli scarponi impermeabili e per un pò te la cavi, ma se continui a immergerli nell’acqua prima o poi si inzuppano.

Trovandomi in una situazione in cui sarei stato costretto a tenere i piedi nell’acqua del ruscello per un pò di tempo in un periodo non estivo, ho pensato di provare dei copriscarpe del tipo di quelli che usano i motociclisti durante gli acquazzoni. Sui vari siti di e-commerce se ne possono trovare diversi anche se poi alla fine sembrano tutti lo stesso modello con la pecetta incollata sopra della ditta che li vende. Comunque, ho preso quelli della YMTECH a un prezzo inferiore ai 20 euro e mi sono trovato bene.

La fattura è buona. Si aprono con una zip sul cui retro c’è comunque del tessuto impermeabile e arrivano a coprire fino a tutto il polpaccio (ma ce ne sono anche di più bassi, alla caviglia) con una fascia elastica e un bottone a pulsante che si trovano anche a stringere (ma non troppo) il collo del piede per dare una maggiore aderenza. La pianta è un minimo tassellata. Per la misura, consiglio sempre di prendere la taglia superiore al vostro piede.

Una volta arrivati li ho subito messi alla prova infilandoci una scarpa e un peso e immergendoli in una bacinella d’acqua. Dopo due ore la scarpa era ancora perfettamente asciutta.

Li ho finalmente usati in escursione dove ho potuto verificare la loro ottima impermeabilità, anche dalla parte della zip, su cui continuavo ad avere qualche dubbio. Ho anche fatto qualche centinaio di metri camminandoci e non mi sono trovato male. Ovviamente, la tassellatura della pianta è veramente minima e, quindi, non si può pensare di poter procedere su terreni fangosi come con gli scarponi. Inoltre, va considerata la possibile usura che porterebbe a distruggere i copriscarpe stessi.

Una volta utilizzati e sgocciolati un pò, li ho ripiegati e messi nella loro bustina di plastica che, nel mio caso di misura XL (44-45), occupa uno spazio di circa 35x15x3cm.

In conclusione, NON sono un sostituto di un bel paio di scarponi impermeabili o delle ghette e camminarci su terreni impervi non è una buona idea; in alcuni casi, però, possono, con molta prudenza, essere temporaneamente di aiuto per evitare di inzuppare le scarpe (e i piedi) quando si attraversano punti con molta acqua.

Quali parametri considerare per le giacche da escursione?

No, non ti dico quale marca e modello comprare ma, se non sai la differenza tra idrorepellente e impermeabile, probabilmente non conosci quali elementi sono importanti per la scelta della tua giacca.

I parametri da considerare sono essenzialmente tre: resistenza all’acqua, traspirazione e resistenza al vento. Certamente a questi devono esserne aggiunti altri ( leggerezza e resistenza, chiusura stagna delle zip e dei polsini, presenza di un cappuccio, vestibilità,  .. ) di cui parleremo in futuro, ma queste sono le prime cose di cui tenere conto

Partiamo dalla resistenza all’acqua. Generalmente usiamo gli aggettivi “impermeabile” e “idrorepellente” come sinonimi, ma nell’escursionismo è sicuramente importante conoscerne la differenza.

Impermeabile (waterproof, in inglese) significa che il materiale, per caratteristiche proprie, è resistente alla penetrazione dell’acqua e al suo assorbimento. La cerata e il nylon, ad esempio, sono impermeabili e in grado di resistere alla pioggia battente per ore.

Idrorepellente (water repellent o water resistant, in inglese) indica un materiale che è stato trattato per facilitare lo scorrimento dell’acqua sulla sua superficie. Garantisce protezione e comfort dalla pioggia leggera, dalla nebbia e dalla neve ma non da ore di pioggia battente.

Questa diversa capacità di resistenza si misura in colonne d’acqua. Detta in soldoni (sono prove basate sulla norma ISO 811), si pone un cilindro di vetro di 10cm di diametro sopra un campione del materiale in esame e si aggiunge acqua fino a quando questo cede e lascia passare il liquido. Il numero di colonne è pari al numero di mm della colonna d’acqua che ha provocato il cedimento. Ad esempio, una membrana da 2000 mm indica che si bagna da parte a parte quando la colonna d’acqua raggiunge i 2 metri. Viene da se che maggiore è questo numero e maggiore è la capacità di resistenza all’acqua.

Questo ci permette di fare una prima distinzione. Un capo d’abbigliamento si definisce impermeabile nel momento in cui lascia passare l’acqua solo quando la colonna supera i 1300 mm; per un valore compreso tra i 400 e i 1300 mm il tessuto è detto idrorepellente. In pratica, una membrana con una colonna d’acqua pari a 5.000 mm assicura una minima resistenza all’acqua ed è consigliabile scegliere un capo con un valore di almeno 10.000-15.000 mm.

Quindi basta solo guardare questo numero per scegliere? Purtroppo no perchè, intanto, questi valori sono certificati dalle case stesse (quindi si autocertificano) e soprattutto perchè come accade spesso, ci sono altri elementi da valutare che vanno in direzione opposta.

Come ben sappiamo, sudando produciamo vapore acqueo che va espulso il più possibile se non vogliamo sentirci bagnati dentro invece che fuori. Anche qui c’è un indice che misura la capacità di “traspirazione” dei tessuti ed è il MVTR (Moisture Vapor Transfer Rate), ossia la quantità di vapore acqueo che attraversa un metro quadro di tessuto traspirante in 24 ore.  L’unità di misura è in g/m²/giorno. Maggiore il valore, più il tessuto sarà traspirante e confortevole. Valori di riferimento accettabili sono intorno a 15.000-20.000.

Un’altro modo di misurarlo è il RET (Resistance of Evaporation of a Textile): in questo caso valori compresi da 0 a 6 sono ottimi, da 6 a 13 sono buoni, fino a 20 accettabili, sopra 20 iniziamo ad avvertire la sensazione di bagnato dovuta al sudore. Un RET pari a 30 indica un capo che non permette la traspirazione.

Al di là dei numeri e delle misure è importante però capire come questo valore sia in controtendenza rispetto a quello della resistenza all’acqua: a una maggiore impermeabilità corrisponde, infatti, una minore traspirazione e viceversa. Intuitivamente, d’altronde, sappiamo che se mi metto una cerata o mi ricopro con del nylon mi proteggerò meglio dall’acqua ma, soprattutto se mi muovo, mi inzupperò di sudore perchè il vapore acqueo non passerà attraverso quei materiali. Se utilizzo, si fa per dire, una rete da pesca avrò un fantastica traspirazione ma una resistenza nulla alla pioggia.

Ecco il dilemma dell’escursionista: quanto devono essere traspiranti e impermeabili i miei capi?

La tecnologia in parte ci viene incontro. Ormai da anni esistono delle membrane costituite da una rete fittissima di pori che consentono il passaggio del vapore acqueo dall’interno limitando quello dell’acqua dall’esterno. Ad esempio, un pollice quadrato di membrana tipo Gore-Tex contiene 9 miliardi di pori ed ognuno di questi è 20.000 volte più piccolo di una goccia di pioggia limitandone l’ingresso. Ma è anche 700 volte più largo di una molecola d’acqua consentendo la fuoriuscita del vapore acqueo generato dal sudore.

Di membrane di questo tipo ne esistono chiaramente anche altre, ognuna con caratteristiche diverse, ma nessuna è la panacea di tutti i mali. Nell’acquisto di un capo tecnico, quindi, dobbiamo considerare il suo campo d’utilizzo. In un trekking leggero, dove non ci aspettiamo di sudare molto, preferiremo un capo più impermeabile; al contrario, in una camminata impegnativa e continuativa sceglieremo qualcosa di più traspirante aumentando così la comodità e il comfort del capo.

L’ultimo parametro importante è il grado di resistenza al vento (CFM) per misurare la capacità di limitare la dispersione del calore dal nostro corpo. D’altronde già sappiamo come il vento aumenti la percezione del freddo a parità di temperatura e umidità (wind chill factor). Minore questo valore, maggiore la protezione al vento; però, come nel caso dell’impermeabilità, incide sulla traspirabilità del tessuto (maggiore resistenza al vento, minore traspirabilità).

Non è facile barcamenarsi tra questi valori per una serie di motivi. Come già detto, sono autocertificazioni e inoltre non sempre sono valori resi resi noti (specialmente nel caso della traspirazione e ancor più della resistenza al vento). E’ importante comunque conoscerne l’esistenza per saper valutare i consigli dei rivenditori e le esperienze degli amici.

Ricoh Theta S: LA camera a 360 gradi per i trek

Vi piace in escursione scattare quelle belle foto panoramiche? E se poteste riprendere tutto, ma veramente tutto quello che vi circonda, anche sotto, anche dietro, con un unico scatto?

Poter riprendere tutto quello che abbiamo intorno. Sopra, sotto, di fianco, persino dietro di noi. Farsi un selfie all’interno di un panorama a 360 gradi. E’ la “promessa” delle camere a 360 gradi che diventa “scommessa” nel caso di dispositivi a basso costo come nel caso della Ricoh Theta S. Il principio è semplice: semplificando all’estremo, si scattano tante foto in tutte le direzioni e poi si rimettono tutte insieme a formare un’unica immagine di tutta la scena. Cose che si facevano già ad inizio 2000, direte, con una camera reflex messa su un cavalletto e con una testa che poteva ruotare a 360 gradi. Il problema era che, visto che passava del tempo tra uno scatto all’altro, si potevano riprendere solo scene statiche senza oggetti in movimento. Oggi, grazie alla digitalizzazione e miniaturizzazione delle camere, si possono scattare tutte queste foto in contemporanea potendo riprendere anche elementi dinamici. E’ facile comprendere che attrezzature professionali di questo tipo costino migliaia di euro ed è qui, quando si tenta di produrle per il mercato consumer, che la “promessa” diventa “scommessa” .

Ricoh l’ha raccolta producendo la Theta, prima nel modello M, poi l’S e infine il V. In quest’articolo ci concentriamo sulla Ricoh Theta S che ho usato per un paio di anni e che produce foto sferiche di massimo 14 MB di risoluzione.

Ma cosa me ne faccio di una foto sferica? Ricoh fornisce un’app (Windows, Android, iOS) che permette di “ruotare” l’immagine come se la nostra testa si girasse e vi permette di pubblicarle sul loro sito. Per dare un’idea vi lascio una mia foto a 360 che potete navigare cliccando e trascinando il mouse (o il dito se siete sullo smartphone).

La potete anche pubblicare su Facebook che la riconosce automaticamente e permette di ruotarla. E’ compatibile anche con l’app Google Street View permettendovi di inserire e far trovare le vostre foto 360 nel motore di ricerca di Google come in questo mio esempio . Insomma, volendo potreste costruirvi il vostro personale Street View!

Ma non è finita qui. Tramite l’app Theta+ potete giocare con la foto creando letteralmente infinite versioni spettacolari seguendo la vostra fantasia e estro artistico; come in questo caso, dove la foto scattata con Theta S può essere subito dopo manipolata per sembrare scattata da sotto o addirittura da un drone!

La Theta S scatta due foto a 180 gradi ed eccelle nello “stitching“, cioè nella capacità di unire insieme le foto scattate senza far notare le loro inevitabili differenze (di parallasse, luminosità, bilanciamento del bianco, esposizione, ..) e in questo è superiore persino alla blasonata Nikon che ha in listino la Keymission 360 (camera che ha, comunque, robustezza e risoluzione ben maggiori).

Di ottimo livello anche le app (Theta S e Theta+) rilasciate da Ricoh e che vengono continuamente aggiornate. Allo stesso modo, anche il firmware del dispositivo viene continuamente manutenuto con rilasci non solo di correzione dei bug ma anche di implementazioni di nuove funzionalità.

Al solito, voglio parlarvi anche dei limiti di questo bel dispositivo. La definizione non è elevata, il che significa che le immagini, soprattutto quando effettuate ingrandimenti, risultano leggermente sfocate. Anche il costo, a voler essere pignoli, non è esattamente basso anche se, con l’uscita del modello V (che sto testando e recensirò), si è abbassato a circa 350 euro.

Registra anche video a 360 gradi offrendo un’esperienza ogni volta diversa quando si rivedono sull’app di Ricoh o su YouTube. Sono in risoluzione full HD (1920×1080) ma spalmati su 360 gradi offrono, di nuovo, una bassa definizione.

Insomma, dopo un utilizzo prolungato, posso sicuramente ritenermi soddisfatto della Theta S e mi sento di consigliarla a chi punta a foto, magari non perfette, ma originali.

Bottiglie d’acqua usa e getta in plastica in escursione?

22 SET, 2017 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Appartengo a quella generazione che negli anni ’70 ha cominciato a vedere scomparire le bottiglie di vetro in cambio di bottiglie di plastica. E, quindi, per un certo periodo della mia vita ho trovato quasi naturale che quell’elemento fosse quello “giusto” per contenere liquidi e che fosse pratico, sicuro (non si spacca in mille schegge quando cade) e leggero. Nel mondo di allora, anche lo smaltimento era “leggero”. Una buca e via, tutto insieme e aspettiamo che si decompongano.

Quel mondo però sta esplodendo e abbiamo cominciato a chiederci, da parecchi anni e senza avere ancora oggi soluzioni, come gestire tutto quel volume di plastica che resta quando abbiamo consumato quello che vi era contenuto.

Ci sono video su YouTube che raccontano quella nascita del consumo delle bottiglie d’acqua usa e getta in plastica, del business che lo sospinge, del consumo di risorse naturali (per ottenere una bottiglia da 1 litro occorrono 3 litri d’acqua e un quartino di petrolio) e dell’inquinamento che ne deriva dalla loro distribuzione e produzione. E di come , soprattutto, queste finiscano nei mari (formando vere e proprie isole come la Great Pacific Garbage Patch ), nelle discariche e in luoghi a volte remoti (aggiungendo altro inquinamento per compattazione e trasporto) dove sono riciclate solo in piccola parte (più che di recycling bisognerebbe parlare di downcycling, cioè ovvero la loro trasformazione in prodotti o oggetti di qualità inferiore).

Non dovrebbe essere quindi necessario spiegare perchè evitarne l’utilizzo o del perchè limitarlo a casi eccezionali, eppure quando chiedo ai partecipanti delle escursioni perchè usano la bottiglietta d’acqua presa al supermercato o al bar spesso vedo stringersi soppracciglia ad indicare che non hanno ben compreso la domanda e che per loro non c’è niente di più scontato che portarsela in escursione nello zaino.

Qualcuno, con un senso ambientalista un pochino più marcato, mi risponde che comunque riutilizza a lungo le stesse bottiglie di plastica. Al di là del fatto che questo non risolve radicalmente il problema voglio far notare che ci sono state, e continuano ad esserci, discussioni sull’integrità igenica delle bottiglie di plastica in caso di riuso.

Ci sono, infatti, vari tipi di plastica. Le bottiglie d’acqua tradizionali che troviamo nei supermercati sono in PET (Polietilene tereftalato). A volte è scritto per esteso; a volte, in basso vicino alla base è presente un simbolo con 3 frecce a forma di triangolo al cui interno è posto un numero che indica il “tipo” di plastica. Ebbene, “1“, indica il PET.

Quello su cui tutti gli esperti del settore concordano è che le bottiglie in PET siano prodotte e commercializzate per essere utilizzate un’unica volta e che, dopo svariati cicli di utilizzo (a cui si possono sommare tagli, rotture, graffi e variazioni rilevanti di temperatura che alterano la bottiglia rispetto al suo stato originale), potrebbero perdere le caratteristiche sia tecnologiche sia chimiche, e quindi, non essere più idonee a entrare in contatto con gli alimenti. Da qui in poi, sullo stabilire cosa può succedere di conseguenza, le opinioni divergono e comincia il puro terrorismo psicologico, con minacce di “possibili” rilasci di BPA (bisfenolo A che può causare disturbi al funzionamento del nostro sistema ormonale), acetaldeide e antimonio e di contaminazioni microbiche nei liquidi contenuti.

Sono considerazioni che lascio agli esperti e su cui non sono in grado di dare un’opinione. Però sicuramente preferisco e consiglio di adottare contenitori riutilizzabili, esplicitamente prodotti per essere utilizzati più volte come, ad esempio, le bottiglie in nalgene (si pronuncia “nal-gin” e non “nal-ghene” come ho sentito dire da qualche negoziante).

In Italia non sono molto conosciute ma negli States, dove le producono, sono diffusissime tra i trekker a quanto pare. Sono prodotte in una plastica LDPE ( low-density polyethylene) molto resistente che non si rompe o deforma in nessun tipo di situazione che si possa normalmente verificare durante un’escursione. Sono certificate BPA-free e possono contenere liquidi freddi e caldi e, per esperienza personale, sono leggere, facili da pulire e non trattengono o producono  odori.

E quando l’escursione presenta poche difficoltà utilizzo invece una bottiglia leggera del buon, vecchio, caro vetro come quelle che si trovano da Ikea a meno di un euro.Nessuna alterzione dell’acqua. Di contro è che, ovviamente, si possono rompere e l’ingombro è leggermente (ma di poco) superiore a quello della bottiglia di Nalgene descritta sopra.

Riempiendo, in tutti i casi, con l'”acqua del sindaco.

La scala delle difficoltà delle escursioni

21 SET, 2017 in Articoli Tecnica di Agostino Anfossi

Soprattutto all’inizio è sempre difficile sapersi valutare rispetto alla difficoltà di una escursione. La scala adottata dal Club Alpino Italiano è sicuramente un buon punto di partenza anche se non può tenere conto di tutte le possibili variabili. Riporto, leggermente rivisitati, i primi tre livelli, che sono quelli di pertinenza delle nostre escursioni. Per ulteriori approfondimenti potete leggere la relativa pagina del sito CAI.

T = Turistico

Itinerari su stradine, mulattiere o comodi sentieri, con percorsi ben evidenti e che non pongono incertezze o problemi di orientamento. Si svolgono in genere sotto i 2000 m e costituiscono di solito l’accesso ad alpeggi o rifugi. Richiedono una certa conoscenza dell’ambiente montano e una preparazione fisica alla camminata.

E = Escursionistico

Itinerari che si svolgono quasi sempre su sentieri, oppure su tracce di passaggio in terreno vario (pascoli, detriti, pietraie), di solito con segnalazioni; possono esservi brevi tratti pianeggianti o lievemente inclinati di neve residua, quando, in caso di caduta, la scivolata si arresta in breve spazio e senza pericoli. Si sviluppano a volte su terreni aperti, senza sentieri ma non problematici, sempre con segnalazioni adeguate. Possono svolgersi su pendii ripidi; i tratti esposti sono in genere protetti (barriere) o assicurati (cavi). Possono avere singoli passaggi su roccia, non esposti, o tratti brevi e non faticosi né impegnativi senza necessitare l’uso di equipaggiamento specifico (imbragatura, moschettoni, ecc.).
Richiedono un certo senso di orientamento, come pure una certa esperienza e conoscenza del territorio montagnoso, allenamento alla camminata, oltre a calzature ed equipaggiamento adeguati.

EE = per Escursionisti Esperti

Itinerari generalmente segnalati ma che implicano una capacità di muoversi su terreni particolari.
Sentieri o tracce su terreno impervio e infido (pendii ripidi e/o scivolosi di erba, o misti di rocce ed erba, o di roccia e detriti). Terreno vario, a quote relativamente elevate (pietraie, brevi nevai non ripidi, pendii aperti senza punti di riferimento, ecc.). Tratti rocciosi, con lievi difficoltà tecniche che non richiedano equipaggiamento specifico per la progressione (corda, picozza, ramponi…). Rimangono invece esclusi i percorsi su ghiacciai, anche se pianeggianti e/o all’apparenza senza crepacci. Necessitano di esperienza di montagna in generale e buona conoscenza dell’ambiente alpino; passo sicuro e assenza di vertigini; equipaggiamento, attrezzatura e preparazione fisica adeguati.

Io e le mie five fingers

Premessa: sono un semplice fruitore delle Five Fingers e non ho alcun tipo di relazione con Vibram. Quello che scrivo sono semplicemente le mie considerazioni personali e esperienze che destano fuori tanta meraviglia per avere le dita separate ma che hanno una filosofia di camminata dentro. Non sono scarpe per tutti e ai tanti vantaggi si associano altrettanti svantaggi. In questo articolo provo a mettere in evidenza gli uni e gli altri.

Possiedo ben 5 paia di Five Fingers della Vibram. In realtà sono 6 ma l’ultimo acquisito è un modello “invernale” che devo ancora provare sul campo e di cui farò sicuramente una recensione appena messo a dovere sotto torchio. Il primo modello, il KSO (probabilmente anche le prime five fingers in assoluto di Vibram), lo comprai nel 2010, incuriosito dopo averle viste ai piedi di un ragazzo in spiaggia. Mi piaceva l’idea della sensazione di andare “come a piedi nudi” e della leggerezza che ispiravano; in quel periodo mi stavo anche preparando al mio primo Camino di Santiago e quelle caratteristiche mi sembravano molto importanti e un pò anche in linea con lo spirito del viaggio.

Brutte erano brutte e anche un pò vistose rispetto al mio modo di vestirmi ma le provai comunque a lungo. Le dita separate davano veramente quella sensazione di camminare a piedi nudi ed erano decisamente più morbide di un qualsiasi sandalo da trekking; anche la leggerezza era sicurmente una caratteristica che si apprezzava immediatamente. Le provai a lungo e alla fine decisi di non utilizzarle per percorrere tutto il Camino perchè lo strato di gomma, ovviamente Vibram, era troppo sottile per tutti quei chilometri (circa 30) ogni giorno; però le portai comunque con me come ciabatte da “descanso”, riposo, alla fine di ogni tappa. Beh, fu una scelta saggia perchè in effetti il piede riposava dopo tanta fatica e, inoltre, erano sempre il motivo scatenante di chiacchere con gli altri pellegrini dell’ostello.
Qualcuno le volle persino provare e alla fine mi disse che secondo lui non “vanno bene per arrampicare”. Vero, bastava che me lo chiedesse. Le FF (le abbreviamo così) seguono un concetto opposto rispetto a quello delle classiche scarpine da arrampicata; queste ultime tengono a chiudere, stringere le dita in modo da creare uno zoccolo per andare a sfruttare qualsiasi piccola asperità della parete mentre le FF, con le dita loro separate, tendono esattamente all’opposto e cioè ad allargare la pianta del piede dando maggiore stabilità nella camminata.

Tornato a casa, le utilizzai solo in casa e non feci più altre escursioni con le FF KSO che oltretutto avevano una suola troppo poco scolpita (praticamente liscia, da prato).

L’interesse per le FF rifiorì nel 2015 quando, cominciandomi a preparare per correre una maratona, lessi un libro illuminante: Born to Run, di Cristopher McDougall.
Ho intenzione di scrivere a breve una recensione di questa che è considerata un vera e propria bibbia per chi corre lunghe distanze (oltre la maratona) ma, per questo articolo, punto subito a quello che lessi e che mi fece riflettere.

Le nostre scarpe a partire dagli anni ’70 hanno sempre più allontanato l’essere umano da quello che è stato, per centinaia di migliaia di anni, il suo stile di camminare (e soprattutto correre) , quello a piedi nudi. Che non vuol dire necessariamente non adottare alcuna protezione per il piede ma utilizzare una calzatura quanto più coerente possibile a quello stile e che consenta di tenere ben aperte le dita e con una suola senza differenza di livello tra il calcagno e il mesopiede. Fateci caso: le scarpe da corsa o da trekking adesso tendono a chiudere le dita (che nelle donne creano spesso problemi di alluce valgo) e a tenere il calcagno più in alto aumentando probabilmente la sensazione di comfort e, così ci dicono, aggiungendo una sorta di cuscinetto che ci aiuta a sopportare meglio l’impatto del piede sul terreno. Il problema è che in realtà noi questo “cuscinetto” già l’abbiamo naturalmente ma non lo utilizziamo preferendo atterrare sempre di più (anche quando non necessario) sul tallone piuttosto che sull’avampiede dove madre natura ci ha messo a disposizione un arco costituito da tanti ossicini e nervature.

In questo le FF sono fantastiche e problematiche allo stosso tempo. Da una parte permettono al piede di utilizzare il metodo giusto evitando di atterrare sempre di tallone anche grazie alla migliore proprocezione che offrono rispetto a qualsiasi scarpa; dall’altra, però, senza la giusta gradualità e senza la coscienza di cosa si sta facendo possono essere fonte di distorsioni o peggio.

Quindi, attenzione ai facili entusiasmi. A volte tornare indietro troppo rapidamente dopo tanti anni in cui ci siamo disabituati può essere problematico e traumatico. Però sappiate che la nostra natura umana da lì è partita. Guardate i bambini di 5-6 anni: vorrebbero sempre stare a piedi nudi, no? E guardate come corrono… perfetti, con il piede che compie un bel cerchio e soprattutto che atterra in maniera naturale, quasi parallelo al terreno con un leggero anticipo sull’avampiede e non pesantemente sul tallone come facciamo noi dopo anni di scarpe “ammortizzate”.

Nel 2015, dicevamo, mi comprai il mio secondo modello, le Spyridon MR, decisamente con una bella suola tassellata perfetta per le corse su terreni (trail running) anche pesanti come quelli fangosi. Ricominciai ad utilizzarle per il trekking e procedendo con gradualità mi trovai sempre meglio al punto che, piano piano, cominciai a preferirle sempre di più alle tradizionali. Non solo ma ne comprai anche un secondo paio per le uscite “casual” di tutti i giorni.

All’inizio un pò mi vergognavo di andare in giro con le “scarpe di paperino”, come qualcuno mi disse, ma poi la sensazione di comfort che ne ricevevo prevalse e ad oggi uso FF anche per uscire con gli amici praticamente il 90% dei casi. Il restante 10% sono quei casi in cui fa veramente freddo oppure piove. Eh si, perchè uno dei difetti delle FF è che sono permeabili sia dalla parte superiore che tra le dita.

Il freddo si può invece in parte limitare con le loro calze (a cinque dita, ovviamente) di fantastica lana merino.

Uno dei difetti delle FF è che sono permeabili sia dalla parte superiore che tra le dita. Non sono scarpe che proteggono il malleolo e non sostengono il piede

L’altro “difettuccio”, in realtà fondamentale è che, come tutte le FF, non sono scarpe che proteggono il malleolo e non sostengono il piede. Quindi se pensate di avere una caviglia debole facilmente incline alle distorsioni queste scarpe non sono per voi a meno che non facciate delle passeggiate corte su terreni senza alcuna asperità e in quei casi, comunque, gradualità deve essere il vostro motto. Seguite le istruzioni che compaiono nella scatola delle vostre FF e partite utilizzandole a casa.

Spesso (diciamo sempre) le persone che le vedono la prima volta mi chiedono anche quante volte inciampo nei sassi o altri elementi e quanto mi faccio male visto che non esiste una sorta di punta rigida che protegga le dita. Domanda più che lecita. All’inizio capita spesso e quindi si ha la tendenza a guardare in basso mentre si cammina. Dopo un pò, però, si comincia a prendere confidenza col terreno aumentando gradualmente la propriocezione (il senso di posizione e di movimento degli arti e del corpo che si ha indipendentemente dalla vista) e lo sguardo piano piano si innalza. La camminata si fa più leggera e quindi eventuali imprevisti contatti con gli elementi (sassi, radici, ..) diventano soffici urti. Durante questo paio di anni di utilizzo ho preso qualche botta ma sempre senza conseguenze. E’ comunque un elemento da tenere in considerazione.

L’altra domanda che mi fanno sempre è se i sassi o altri oggetti sotto la suola si “sentono” e se danno fastidio. Si, si sentono e inizialmente danno fastidio. Per me è il bello delle FF proprio perchè mi riavvicinano al concetto del barefoot, del camminare a piede nudo e sono elementi che aiutano a migliorare la nostra propriocezione, cosa che le pedule tradizionali, con suole sempre più alte che ci stanno invece allontanando dal terreno, facciamo fatica a “sentirlo” per poterlo interpretare. Al contrario con le FF noi “leggiamo” la conformazione del terreno e determiniamo quant’è duro, sassoso, morbido, viscido, friabile e adattiamo la nostra camminata e posizione in base a queste preziose informazioni.

Con le FF ci ri-avviciniamo alla camminata barefoot e “leggiamo” la conformazione del terreno determinando quant’è duro, sassoso, morbido, viscido, friabile e adattando la nostra camminata e posizione in base a queste preziose informazioni.

Subito dopo le Spyridon MR mi sono preso le Trek Ascent, morbidissime e con una suola più bassa. E una presa che la Vibram ha chiamato, a ragione, Megagrip. “Sentire” il terreno e avere una suola che ci si aggrappa, praticamente le mie preferite per trekking. Anche se non ci farei le arrampicate in falesia (ne ho già parlato prima), per dei facili passaggi in roccia ritengo non ci sia di meglio. E poi comode, in qualsiasi situazione.

Infine le V-Run, leggerissime, esclusivamente per la corsa su terreni non accidentati. Sfido chiunque a utilizzarle e a correre mettendo per terra il tallone prima dell’avampiede. Unico svantaggio, almeno nel mio caso, è che richiedono un lungo periodo di apprendistato in cui all’inizio bisogna correre non più di 1-2 km ogni sessione a meno che non si abbiano dei polpacci molto sviluppati e allenati. Fantastiche per il confort anche per facili camminate in strada d’estate.