Circeo chiuso. Solo una questione di scarpe da trekking?

Quest’anno, vista l’esplosione del fenomeno trekking, sono aumentate a dismisura le richieste di soccorso dovute, in gran parte, alla inesperienza e superficialità di chi pensa che si tratti solo di un pò di impegno fisico.
Al Circeo hanno chiuso dei sentieri a causa dell’elevato numero (e costo) di interventi di salvataggio limitando l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”.
Hanno fatto bene oppure no?

Il Circeo è da sempre uno dei miei luoghi preferiti, sia come guida che come semplice escursionista. Non è lontano da casa e si può frequentare, in modalità diverse, tutto l’anno donando sempre emozioni fortissime grazie al suo connubio tra mare e montagna. In media ci vado una volta ogni due mesi, con gruppi o per conto mio, e ritengo, quindi, di conoscerlo bene.

Ci sono percorsi tutto sommato semplici come la salita dal Faro al Monte Circello, sentieri un pochino più impegnativi come il 754 delle Mura Ciclopiche e traversate ben più complesse come il 750, Sentiero del Picco di Circe. Ma come si misura e cosa si intende per “impegnativi”? In fin dei conti qualche chilometro e circa 500 metri di dislivello sono qualcosa alla portata di una buona fetta di popolazione giovane o che si mantiene attiva. Ad esempio, il tratto del sentiero 750 che porta sul picco da Torre Paola è lungo nemmeno 3 km e con poco più di 500 metri di dislivello; se si vuole diminuire la salita ci si può arrivare anche dalle Crocette aumentando di pochissimo la lunghezza. Con numeri così, chiunque sarebbe tentato di arrivare su in cima per godersi il fantastico panorama. Ecco, appunto, chiunque. E così, soprattutto d’estate, bagnanti annoiati decidono di intraprendere l’ascesa senza essere consapevoli che non esiste un comodo sentiero per arrivare in cima; non sanno, o forse lo sottovalutano, che c’è un percorso ripido, scosceso, dove bisogna anche utilizzare le mani, con punti esposti, dove scivolare comporta lesioni gravi, dove molti hanno perso la vita (persino un forestale) e in cui la maggior parte delle volte il soccorso viene prestato tramite un elicottero perchè le squadre di soccorso hanno difficoltà a portare giù qualcuno da lì.

Sono stato lo scorso 10 Agosto con un gruppo selezionato (solo persone con un certo livello di esperienza e determinazione) per rimanere a bivaccare sul picco di Circe tra il tramonto e l’alba. Ad un certo punto, col sole che stava tramontando, vedo due ragazzi raggiungerci. Lui in camicetta di lino bianca; lei in costumino e vestitino da spiaggia. Scarpe da ginnastica, nessuno zainetto, nessuna bottiglia d’acqua, solo il cellulare tra le mani per i selfie che dovevano testimoniare il bel momento. Lui mi chiede come si torna giù a Torre Paola. Prego? Sta per fare buio e voi vorreste tornare per un sentiero più veloce che qualcuno vi ha detto che “dovrebbe” esistere? Lei tremava, poverina, dalla paura. Gli dico che sarebbe meglio se restassero con noi, se affrontassero la discesa insieme il giorno dopo; niente, volevano ripartire subito, che avevano degli “impegni”. Alla fine sono discesi per la direttissima (vietata già da qualche tempo) e ce l’hanno comunque fatta anche se, tramite whatsapp, mi hanno scritto che avevano sbagliato (e ti credo, col buio, nel bosco e senza conoscere il percorso) e tagliando tra gli arbusti si erano ritrovati sulla statale.

Tornando la mattina abbiamo trovato anche altri neo-escursionisti. Ricordo una coppia. Lui con cappello-ombrellino da festa in discoteca, lei con zaino minuscolo, molto più piccolo della camera fotografica che portava appesa al collo, probabilmente senza acqua. Poco dopo vediamo un padre con due figli piccoli, obesi, che sbuffano perchè proprio non gli andava. L’anno scorso una famigliola nelle stesse condizioni si è persa (e nella boscaglia del picco è un attimo) e sono dovuti venirla a cercare perchè nessuno di loro sapeva comunicare la posizione e li hanno trovati spaventati e disidratati.
Tutti con le scarpe da ginnastica. Tutti, dal primo all’ultimo. Ma è solo questo il problema? Le scarpe? Se le avessero avute da trekking avrei avuto un’opinione diversa di loro?

Chi mi conosce sà della mia passione per le five fingers che tutto sono tranne che scarpe da trekking. Sono completamente destrutturate, ancora meno protettive e di sostegno di quelle da ginnastica. Sul picco di Circe le uso solo quando vado da solo, mai coi guppi perchè non voglio dare il cattivo esempio. Le uso consapevolmente: so che aumento il livello di rischio di prendermi una slogatura che potrebbe anche causare una scivolata inopportuna ma, dall’altro lato, la maggiore sensibilità e velocità di reazione che ottengo mi permette una maggiore stabilità ed equilibrio che so sfruttare a mio favore. Non solo, conosco perfettamente le mie capacità e il percorso, cosa che mi consente di osare un pò di più, in maniera consapevole.

Il punto è tutto qui. Non è che se non hai le scarpe da trekking non ce la puoi fare. Non è che se non ti porti lo zaino con cibo e acqua non ci puoi arrivare. Non è che se vai col costumino e il pareo non riesci a salire sul picco. Ma, così, ti esponi ad un rischio enorme; se, oltretutto, ti manca esperienza e conoscenza del percorso, la probabilità che ti possa fare veramente del male e che ti debbano venire a prendere è altissima e intollerabile per te e per la comunità.

A questo punto, bene fa il comune a chiudere, intanto, i sentieri più impegnativi del Circeo (in realtà ne ha chiusi anche di semplici) per evitare escursionisti improvvisati .

Non può essere però una chiusura definitiva; si devono interrogare su cosa non abbia funzionato e prendere provvedimenti, perchè non è nemmeno giusto incidere su tutti, anche su chi affronta consapevolmente e con preparazione quei percorsi. Se, ad esempio, ci sono tante persone che si buttano dal ponte di Ariccia (purtroppo è stato così nel passato) non si può pensare di chiuderlo a tutti per evitarlo ma bisogna trovare dei dissuasori.

Le amministrazioni pubbliche devono uscire dalla logica che è più facile vietare che gestire. Ad esempio, tanto per cominciare, potrebbero installare enormi cartelli che avvisino delle difficoltà e rendano maggiormente consapevoli dei rischi e mantenere, per un certo periodo – mica per sempre – un presidio di carabinieri forestali all’ingresso del sentiero che faccia un minimo da filtro.

C’è alla base sicuramente un problema di comunicazione: passa il messaggio che il picco regala un panorama fantastico, che si raggiunge in un tempo ragionevole e con non eccessivo sforzo fisico ma non che richiede discreta esperienza e un minimo di attrezzatura e che è altamente rischioso. Il comune e il parco hanno deciso che consentiranno l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”. Ottimo, immagino e auspico che questo non significhi necessariamente un professionista da pagare (sono io il primo a non volerlo!) ma come si riconosce o certifica questa esperienza? Gli faranno domande specifiche? Oppure li multeranno solo se richiedono aiuto e si scopre che non erano adeguati? Oppure semplicemente vedranno se hanno le scarpe da trekking, come se queste, da sole, come la mascherina col covid, siano la panacea di tutti i mali?

Oppure sarà solo un modo per far organizzare le escursioni solo a chi dicono loro anche sui sentieri più semplici del Circeo? L’emergenza in Italia, lo sappiamo bene, porta danari.

Ripartire o no con le escursioni GoTrek di gruppo?

C’ho pensato a lungo se fosse sensato ripartire a condurre gruppi in escursione e mi sono posto molte domande da quando siamo entrati in questa nuova fase (la 2bis o 3, comunque quella del 18 Maggio 2020).

Le risposte che ho trovato arrivano dopo essermi confrontato con AIGAE e con colleghi di altre associazioni. E alla fine mi sono convinto che si può, pur con le dovute cautele.

Vi risparmio i dettagli su leggi, decreti e ordinanze da azzeccagarbugli ma vi basti sapere che, come sempre, saranno scrupolosamente seguite e che la Regione Lazio ha appena emesso un’ordinanza che consente, esplicitamente, di condurre gruppi in escursione. Vorrei invece dedicare tempo a punti più importanti.

La problematica relativa ai protocolli di sicurezza da adottare è stata studiata attentamente da tutti gli attori (guide, associazioni, parchi) e, pur con qualche differenza di punto di vista e qualche estremizzazione, ormai si tende a convergere verso uno schema che è quello che troverete a questo link e che rispecchia il mio futuro modo di operare.

Le parole d’ordine, basate comunque sulla Sicurezza, saranno: rispetto, gradualità, flessibilità

Rispetto. Quello che dobbiamo avere l’uno per l’altro. La mascherina ci può piacere o meno, la possiamo ritenere utile o meno, ma se viene data una regola valida per il gruppo, tutti la devono seguire perchè se non l’applichiamo tutti siamo più deboli. E altrettanto dobbiamo fare con le altre regole perchè l’esperienza di questo periodo ci dovrebbe aver insegnato che non bisogna dare niente per scontato ma adottare la massima prudenza.

Gradualità nel ripartire, nel numero, nell’impegno fisico e nella difficoltà.

Nel numero. Non passo certo per uno di quelli che facevano grupponi smisurati (pur avendone avuta la possibilità in molti casi) e non potete immaginare quante persone si sono offese quando veniva detto loro che il gruppo era al completo. Quasi fosse una questione personale e non considerando che per me era un mancato guadagno. Non me ne dolgo. Chi l’ha fatto probabilmente non rientrava nello spirito GoTrek che in questi anni ho cercato di instillare. Bene, adesso quel numero sarà inizialmente ancora minore, mi aspetto un’ulteriore selezione di gente che passa e se ne va. Amen!

Nell’impegno fisico e nella difficoltà. La distanza fisica (smettiamola di chiamarla sociale) implica che devo ridurre, se non azzerare, i miei interventi di supporto (ad esempio, quando si guada un torrentello o quando c’è un masso da scavalcare), che richiedono un contatto fisico, fosse solo anche una mano che si protende. Non solo, devo anche limitare ancor di più le residue probabilità di farsi male perchè nella situazione attuale capite bene che anche solo una storta rappresenta una ulteriore complicazione.

Come intendo farlo finchè la situazione non migliora definitivamente?

Partirò con un’escursione con un gruppo pre-costituito molto contenuto nel numero che servirà per “oliare” il protocollo di sicurezza per il covid-19 (che poi sarà utile comunque utilizzare nel futuro come buona prassi di igiene).

Le escursioni successive saranno inizialmente di difficoltà media e impegno fisico più basse che nel passato cercando di focalizzarsi ancor di più sulle sensazioni, sull’esperienza che non è solo la conquista di una cima ma la condivisione di conoscenze e di emozioni con me e tutti i partecipanti.

Valuterò anche la possibilità di fare escursioni di sola mezza giornata, dando, magari, indicazioni su come sfruttare utilmente e piacevolmente l’altra mezza scoprendo il territorio.

Privilegerò il più possibile percorsi vicini a Roma, la città in cui buona parte di voi abita.

Infine la flessibilità.

Sarò rigido nel fare applicare queste regole ma flessibile nel cambiarle in un senso o nell’altro a seconda dell’evoluzione della situazione, dello stato di conoscenze, delle disposizioni e del comportamento dei partecipanti.

E non escludo niente. Nemmeno interrompere di nuovo se vedrò che non andiamo nella direzione giusta, quella dell’esperienza che arricchisce, della Sicurezza e della socialità che eravamo riusciti a raggiungere prima di questo maledetto momento.

Buoni passi a tutti!

Regole di partecipazione relative al COVID-19

18 MAG, 2020 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Cari Amici Partecipanti, di seguito troverete le regole che, come GoTrek, adotteremo nelle nostre attività outdoor relativamente alla attuale diffusione del COVID-19.

Sono state elaborate a partire da quelle emanate dalla “Commissione Tecnico-Scientifica e Formazione” di AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) e tenendo conto dei DPCM e delle ordinanze regionali. Sebbene a qualcuno potranno sembrare esagerate, vi assicuriamo che sono state messe a punto, innanzitutto, pensando alla salute di Camminatori e Guide.

Sono norme di buon senso, anche se articolate: vi chiediamo pertanto di leggerle attentamente e di darci il vostro consenso firmato in quanto condizione necessaria per poter partecipare all’escursione.

Pur a debita distanza, rimarremo al vostro fianco anche in questa occasione. Dateci fiducia e vi sapremo far passare momenti divertenti e esperienze arricchenti anche se fisicamente (non socialmente, mi raccomando) distanziati.


NON SI PUO’ PARTECIPARE alle nostre attività se:

  • Si accusano sintomi influenzali o infeioni respiratorie come dolori diffusi, febbre con temperatura superiore a 37.5°, raffreddore, tosse
  • Si sono avuti contatti con persone affette da Covid-19 nei 15 giorni precedenti l’escursione o si è in regime di isolamento

SI PUO’ PARTECIPARE alle nostre attività se ci si impegna a rispettare le seguenti regole:

  1. Si è preso visione del presente REGOLAMENTO
  2. Si hanno con sè TUTTI i dispositivi di protezione individuale richiesti, consistenti in:
    • Mascherina (possibilmente di tipo riutilizzabile); meglio averne anche anche più di una in modo di avere un ricambio nel caso si dovesse sporcare o bagnare
    • Guanti monouso
    • Gel o soluzione disinfettante
    • Sacchetto per gli indumenti sudati e sacchetto per i DPI usati
  3. Si mantiene SEMPRE la distanza minima di sicurezza di 1 metro dagli altri partecipanti in qualsiasi occasione (pranzo e foto incluse) ; tale distanza sale a 2 metri quando si è in movimento
  4. Si usa correttamente la mascherina ponendola in modo da coprire adeguatamente bocca e naso nei seguenti casi:
    • per starnutire o tossire
    • se si conversa con qualcuno
    • si transita vicino (a meno di 1 metro e solo se strettamente necessario e inevitabile) a persone
    • quando richiesto dalla Guida
  5. Si mantiene la mascherina a portata di mano, pronta per essere prontamente utilizzata, quando, durante le attività che comportano sforzo fisico, non viene utilizzata per consentire una appropriata respirazione ed ossigenazione; come specificato in precedenza, in tali casi occorre mantenere una distanza minima di 2 metri da altre persone
  6. Si disinfettano molto spesso le mani, ad esempio ma non solo, a inizio escursione e prima dei pasti
  7. Non si scambia alcun tipo di oggetto (inclusi smartphone, bevande, attrezzature o cibo) con gli altri partecipanti
  8. Si seguono, come sempre, tutte le altre indicazioni della Guida in ogni momento

Se nei 15 giorni successivi all’escursione si dovessero accusare sintomi simil-influenzali e, dopo analisi, scoprire di essere positivi al Covid-19, si dovrà notificarlo alla Guida che avviserà, nel rispetto della privacy e quindi senza indicare il nominativo della persona infetta, gli altri partecipanti.

In Tenda sulla Via degli Dei – 2

Torniamo a parlare di Via degli Dei con la Tenda confrontando in diretta Facebook le nostre esperienze con quelle dei Famo du passi e poi tornamo.

I Famo du passi e poi tornamo sono una coppia di amici che amano fare trekking con la tenda, soprattutto nel periodo invernale quando il freddo e la neve rendono molto complesso camminare per più giorni.

Ho organizzato una diretta Facebook in modo di poter confrontare le nostre esperienze a beneficio anche di chi voglia farsi un’idea di come organizzare un trekking sulla Via degli Dei con la tenda.

Risorse utili per pianificare

A questo link potete trovare un file .zip che contiene il diario dei Famo du passi e l’attrezzatura che hanno utilizzato nella loro Via degli Dei invernale. Il resoconto della mia esperienza estiva lo trovate invece in questo mio precedente articolo.

Di seguito una lista di strutture (elencate partendo da Bologna e procedendo verso Firenze) che, in forma diversa, possono ospitarvi con la vostra tenda. Contattateli preliminarmente e verificate sempre come fare con i pasti e la colazione

  • B&B Nova Arbora, Sasso Marconi (BO)
  • Agriturismo Piccola Raieda, Sasso Marconi (BO)
  • B&B Sulla Strada degli Dei, Brento (BO)
  • Circolo Monte Adone, Brento (BO)
  • Agriturismo Cà di Mazza, Monzuno (BO)
  • Albergo Ristorante Montevenere, Monzuno (BO)
  • B&B Le Croci, Monzuno (BO)
  • Albergo Ristorante Pizzeria Poli, Madonna dei Fornelli (BO)
  • B&B Dai Romani, Madonna dei Fornelli (BO)
  • La Casa delle Guardie, Pian di Balestra (BO)
  • Campeggio La Futa, Firenzuola (FI)
  • Camping Il Sergente, Monte di Fò (FI)
  • La Casa di Michele, Sant’Agata di Scarperia (FI)
  • Camping VIllage Mugello Verde, San Piero a Sieve (FI)
  • Camping Poggio degli Uccellini, Bivigliano (FI)
  • Camping VIllage Panoramico Fiesole, Fiesole (FI)

La Transiberiana d’Italia e i Mercatini di Natale

Era un pò di tempo che le mie amiche, Elisa e Monia, mi chiedevano di andare a farci un giro sulla Transiberiana d’Italia nel periodo dei Mercatini di Natale, un viaggio su un treno storico su quella che viene definita la ferrovia più panoramica d’Italia, così chiamata perché si snoda tra alcuni dei paesaggi naturali più belli dell’Abruzzo, scorci che, durante la stagione invernale, si tingono di bianco ricordando i tipici paesaggi della Siberia.

Vi racconto com’è andata e do anche qualche piccolo consiglio per godersela al meglio.

Innanzitutto, se volete andare nel periodo dei Mercatini di Natale il sabato o i giorni festivi, dovete prenotare con largo anticipo. Nel nostro caso, Elisa si era attivata già dal 14 Novembre, giorno di apertura delle prenotazioni, per assicurarci il posto per i Mercatini di Natale di un sabato di Dicembre. Il sito Internet è questo. Consiglio di prenotare i sedili sulla sinistra del treno, per godersi meglio il panorama.

Abbiamo preso il secondo treno delle 10.30 per evitarci un’alzataccia, però questo va a discapito delle ore di luce a disposizione, tenetene conto.

Si parcheggia comodamente in un piazzale a pochissimi metri dalla stazione di Sulmona, ci si registra e si entra nel treno. L’atmosfera è già veramente magica, con queste carrozze degli anni ’30 perfettamente restaurate, dove si aprono le porte direttamente dal tuo scompartimento, con i sedili di legno, nudi, senza alcuna imbottitura, ma perfettamente levigati e sagomati per farti sentire comodo e riscaldati (!!) al punto tale che si soffre persino il caldo nel vagone.

I Vagoni anni ’30

Il personale del treno e i volontari dell’Associazione Le Rotaie passano continuamente per dare indicazioni vagone per vagone visto che, chiaramente, non ci sono gli altoparlanti.

Passiamo su un tratto di ferrovia ormai dismesso da anni che ci regala viste strepitose sulla Valle Peligna, Pettorano sul Gizio, la Maiella. Dopo circa un’ora arriviamo a Campo di Giove e troviamo ad accoglierci una banda di Babbo Natale che intonano le note di Jingle Bells e ci accompagnano nel centro del paese dove troviamo i Mercatini ospitati in deliziose strutture di legno. Ci si trovano soprattutto prodotti locali mangerecci della terra abruzzese ma, purtroppo, poco artigianato.

La Banda dei Babbo Natale

Visto che la giornata è splendida, per davvero, e che il giorno prima ha persino nevicato, decido di farmi una passeggiata sul sentiero che dal centro porta fin su al Monte Amaro. Le mie dolci amiche mi rimbrottano un pò, perchè sarebbero volute venire anche loro ma io, pensando che preferissero vagare per i chioschetti, non gli avevo detto che mi sarei portato l’attrezzatura da trekking. Da una parte però questa cosa mi fa felice: si vede che sono proprio amiche mie 🙂

Nella Piazzetta di Campo di Giove
Nella Piazzetta di Campo di Giove

Avevo a disposizione solo un paio d’ore e quindi mi sono regolato di conseguenza arrivando solo alle pendici del massiccio della Maiella dove il Monte Amaro, seconda cima degli Appennini, si staglia imponente. Ho trovato la neve quasi subito, fresca, immacolata, con tracce recenti di volpi. Il cielo era completamente sgombro, terso al punto di lasciar andare lo sguardo per decine di chilometri. Se i Mercatini non sono la vostra massima aspirazione, fatevi una passeggiata lì intorno, che ne vale la pena.

Al cospetto del Monte Amaro

Una volta tornato faccio ancora in tempo a prendermi una zuppa di legumi e un caffè e tutti insieme torniamo al treno di nuovo preceduti dalla banda musicale.

Arrivati a Roccaraso decidiamo di partecipare alla visita guidata del paese (prenotata alla Stazione di Sulmona e pagata a parte – 5 euro). Un volontario ci fà una bella introduzione alla storia di questo tratto di ferrovia facendoci notare dettagli interessanti delle foto appese in stazione. Poi siamo affidati ad una signora spagnola (lo si capisce solo dalla erre sempre doppia e arrotata) che vive lì da vent’anni e che comincia col raccontarci la storia di questi luoghi dai tempi dei Romani, passando per la seconda guerra mondiale (in cui Roccaraso fu al centro di alcune delle più feroci vicende della Linea Gustav), fino ad arrivare ai tempi nostri: veramente un bell’excursus che ci dà un’idea della rilevanza di questa cittadina che ricordavo solo come rinomata stazione sciistica.

Successivamente ci fa visitare qualche chiesa che, onestamente, non mi dice granchè e si sforza, con grande professionalità, a trovare dei legami con personaggi e santi del passato raccontando delle storie che ci possano suggestionare. Alla fine passiamo per una mostra con belle foto della Roccaraso del passato.

Quando finiamo con la visita è già buio pesto e si sente una forte umidità. Facciamo un rapidissimo giro ai Mercatini che, comunque, sono di quantità e qualità inferiore a quelli di Campo Giove. Con Monia e Elisa concordiamo che abbiamo fatto bene a fare la visita guidata, che il giro dei chioschetti ci avrebbe lasciato troppo tempo libero che non avremmo saputo come utilizzare.

Ci prendiamo una cioccolata in un bar della piazza (meglio sempre chiedere prima i prezzi, in certi casi ci hanno riferito che sono alti) e ce ne torniamo al treno che troviamo già ripopolato: evidentemente molte persone che non hanno fatto la visita hanno preferito tornare prima al calduccio visto il freddo e il buio.

Lo stile dei vagoni di una volta

Torniamo, come da programma, per le 20 a Sulmona.

Quella dei Mercatini di Natale non è comunque l’unica esperienza che viene offerta a bordo di questo treno storico. Ed è possibile persino pensare ad un weekend partendo da Roma, rimanendo a dormire a Sulmona per poi proseguire il giorno successivo con il tratto verso Roccaraso e ulteriori fermate intermedie.

In conclusione, è stata una bella esperienza. Il prezzo del biglietto potrebbe sembrare caro (40 euro) ma bisogna considerare tutto il lavoro che c’è dietro per poter far viaggiare un treno del 1936 su una linea dismessa e l’opera di tante persone che, con amore, si dedicano a questo progetto. Il borgo di Campo di Giove merita senz’altro una visita e un applauso per come ci ha accolti. A Roccaraso, vista la sua importanza come centro di sport invernali, ci saremmo aspettati almeno di trovare un Mercatino di Natale un pochino più ricco.

Nardi e la Via Perfetta

La via perfetta, il libro postumo di Daniele Nardi scritto da Alessandra Carati su precisa richiesta dello stesso Nardi nel caso in cui non fosse più tornato dalla sua spedizione sullo sperone Mummery del Nanga Parbat è un vero pugno nello stomaco ma anche un documento importante che racconta la determinazione del primo alpinista italiano nella storia, nato al di sotto del Po, ad aver scalato l’Everest ed il K2, le due vette più alte al mondo oltre ad altri ottomila.

Questa connotazione geografica, l’essere nato a Sezze in provincia di Latina, dove le montagne più vicine al massimo arrivano ai 1500 e qualche metri del Semprevisa, lo penalizza pesantemente intanto da un punto di vista logistico visto che per scalare ad alto livello con regolarità deve perlomeno raggiungere le Alpi distanti mille chilometri e pagarsi una trasferta di almeno un paio di settimane. Ma, soprattutto, lo fa partire con una bassa credibilità nell’ambiente alpinistico dove, ai suoi primi successi, gli affibbiano il nomignolo di Romoletto un pò a sottolineare anche il suo modo di fare che poteva, superficialmente, sembrare un pò spaccone ma che derivava forse solo dal dover “sgomitare” per farsi conoscere ed apprezzare.


nasco alpinisticamente da solo

Non potendo fare la gavetta all’interno di un gruppo, di una rete di alpinisti che poco lo prendevano sul serio, lui si addestra con la dura strada delle prove e degli errori: “nasco alpinisticamente da solo“, aggiungendo che questa sarà una “tara ed una benedizione“, perchè lo aiuterà nel cercare soluzioni fuori dal convenzionale, dal prestabilito, sospinto da una tenacia e una visione ben chiara degli obbiettivi. Ne sono prova i cinque tentativi di conquista dello sperone Mummery, che, probabilmente, rimarrà a lungo una via di accesso inviolata alla cima del Nanga Parbat.

[Il Nanga Parbat (in urdu: نانگا پربت, montagna nuda), conosciuto anche come Nangaparbat Peak o Diamir (in sanscrito montagna degli dei) è un massiccio montuoso del Kashmir, in Pakistan, la cui vetta più elevata raggiunge i 8126 metri s.l.m., rappresentando la nona montagna più alta della Terra. Pur essendo molto più vicino agli ottomila del Karakorum di quanto lo sia rispetto a quelli dell’Himalaya propriamente detto, non vi fa parte per il fatto di trovarsi sul lato sud della valle dell’Indo, ed è perciò considerato l’unico ottomila del Kashmir. È il secondo ottomila (dopo l’Annapurna) per indice di mortalità, ovvero rapporto tra numero delle vittime e numero degli scalatori giunti in vetta, con un valore che si aggira intorno al 28%, tanto da essere soprannominata come the killer mountain (la montagna assassina) per l’alto numero di vittime nella sua storia alpinistica.]
[Fonte: WIkipedia]

Primo tentativo. Dopo aver scalato il Nanga Parbat nell’estate del 2008 ed aver accumulato già diversi ottomila, tra cui l’Everest, più alto di 700 metri ma anche più facile da un punto di vista tecnico, decide di tornare ad affrontarlo durante l’inverno del 2012-2013. Nel libro viene spiegato bene il motivo per cui in questa stagione nessuno ci era ancora riuscito, inclusi personaggi del calibro di Simone Moro e Denis Urubko (“il Ronaldo delle ascese invernali“) e più di altre trenta spedizioni.


lo stile alpino, uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere

E’ con Elisabeth Revol. Vorrebbero passare per la Via Kinshofer, ma sul posto si rendono conto che è molto ghiacciata e dovrebbero mettere delle corde fisse che non hanno preventivato di usare. Daniele rimane colpito dallo sperone Mummery (dal nome dell’alpinista che nell’800 tentò la sua prima ascesa rimettendoci, purtroppo, la vita), la via più breve, ma anche diritta, verticale, stupendamente tecnica ma che nasconde mille insidie. Riesce a convincere la Revol a tentarla in stile alpino, scalando, come diceva lo stesso Mummery, by fair means“, senza ossigeno supplementare, senza portatori che ti accompagnano in vetta, portandosi tutto quello che serve sulle spalle: “uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere“, scrive Nardi. Arrivano a 6450 metri ma il maltempo li blocca e decidono di ridiscendere al campo base. Ci provano una seconda volta dopo qualche giorno ma anche in questo caso sono costretti a desistere.

Secondo tentativo. Nardi è comunque soddisfatto e da questo momento in poi non farà altro che pensare allo sperone Mummery, al punto che, nonostante il tragico attentato del giugno 2013 al campo base del Nanga in cui vengono uccisi diversi apinisti, parte a fine gennaio 2014 per un tentativo addirittura in solitaria che però non si conclude positivamente a causa di una valanga originatasi dal distacco di un seracco da cui riesce a sottrarsi ma che lo induce ad abbandonare nuovamente.

Terzo tentativo. Ci ritorna nuovamente nel successivo gennaio 2015 con Roberto Delle Monache, il polacco Tomek Mackiewicz e, di nuovo, Elisabeth Revol. L’accordo è fissare dei campi insieme fino alla base dello sperone per poi valutare su quale via proseguire per raggiungere la vetta. Delle Monache, in realtà, non è in condizione e preferisce dare appoggio logistico al campo base. Nardi si presenta in ritardo rispetto all’arrivo programmato e nel frattempo la Revol e Mackiewicz hanno già proceduto con l’acclimatamento e con una perlustrazione. In base alle condizioni riscontrate, si dicono non disponibili a scalare lo sperone Mummery. Dopo aver discusso, decidono che Nardi farà una perlustrazione per accertarsi dello stato del ghiaccio e al rientro decideranno cosa fare e se, eventualmente, raggiungere la vetta tramite la Via Messner-Eisendle.

1. Via Kinshofer
2. Sperone Mummery
5. Messner, solitaria
A sinistra della 1., non indicata, la Via Messner Eisendle
[Fonte]

Nardi torna al campo base dopo una accurata ispezione che gli permette di essere ottimista sulla fattibilità di passare per il Mummery ma non trova i due che nel frattempo sono già partiti per conto loro sull’altra via. Furioso, decide di tentare lo sperone facenosi accompagnare dal Delle Monache ma, nel colpire con la picozza, si apre una voragine. Delle Monache, spaventato, decide di non proseguire e tornano al campo base. Gli altri due arrivano ad un soffio dalla vetta ma sono costretti a rinunciarci a causa del forte vento e riescono a stento a tornare al campo base per poi rientrare nei rispettivi paesi.

Nardi, rimasto da solo, ci riprova. Arriva a 6200 m dopo essere scampato all’ennesima slavina, ma alla fine, dopo aver perso tutto quello che si era portato, decide di rientrare.

Al campo base, mentre medita se prendere la strada di casa, viene contattato da Alex Txikon un forte alpinista basco che gli propone di unirsi a lui, ad un gruppo di iraniani e al pachistano Ali Sadpara per arrivare in vetta al Nanga tramite la Via Kinshofer con uno stile molto diverso da quello alpino che predilige lui basato sull’essenzialità e la leggerezza. Decide comunque di accettare perchè si tratta comunque di salire sulla cima del Nanga che rimane ancora inviolata in inverno. Predispongono tutto ma abbondanti nevicate gli impediscono di partire. Gli iraniani rinunciano e se ne vanno. Dopo qualche giorno il tempo migliora e decidono per un ultimo tentativo, lui, Txikon e Sadpara. Riescono ad arrivare a 7200 metri, nella “zona della morte“, quella in cui la scienza dice che l’uomo deve ricorrere a bombole d’ossigeno supplementare per non rischiare seriamente la propria vita, quella in cui, sempre per la mancanza di ossigeno, è molto facile perdere la lucidità.

E succede proprio che Sadpara, che conduce e che c’è già passato in estate, sbaglia ad un bivio. Tentano quindi di raggiungere la vetta attraverso un’altra via giungendo su un crinale a 7900 metri. A quel punto, inspiegabilmente (o forse si), Sadpara si gira e senza dire niente comincia a scendere. Quando gli altri due se ne accorgono è già molto lontano e decidono di rinunciare al tentativo per non lasciarlo da solo. Tornati alle tende del campo più avanzato lo vedono in grande stato confusionale e riescono, con mille difficoltà, a tornare al campo base.

Quarto tentativo. Nell’inverno del 2015-2016 Txikon, con cui nel frattempo Nardi aveva fatto tre spedizioni insieme su altre vette, lo contatta per tentare nuovamente il Nanga che continua ad essere inviolato in inverno. Ormai è diventata una vera e propria sfida che in tanti vorrebbero vincere e il campo base ospita diversi gruppi che vorrebbero diventare i primi a riuscirci. Ci sono, tra gli altri, i polacchi di Adam Bielecki, Mackiewicz e la solita Elisabeth Revol, Simone Moro e Tamara Lunger, Txikon con Nardi e Sadpara.
Nardi non vorrebbe passare per la via Kinshofer e convince Txikon di decidere se procedere per quella o per lo sperone Mummery solo quando saranno al campo base 1 che, grossomodo, può essere usato per entrambe le vie. Arrivati lì, decidono poi di tentare di passare per la Kinshofer.

Da qui in poi succedono tanti eventi sia strettamente alpinistici che, fatemi dire, “politici“, di accordi sotto banco che il libro racconta con molti dettagli ma che voglio evitare di riportare riassumendoli perchè rischierei di essere fortemente impreciso; a maggior ragione, visto che sono notizie riportate da una fonte sola, quella legata a Nardi.
Semplificando al massimo e andando direttamente al punto, succede che Moro e la Lunger rinunciano al loro tentativo su un’altra via e si accordano direttamente con Txikon (che comunque era il capo spedizione del trio con Nardi e Sadpara), senza coinvolgere Nardi se non a decisione presa, per procedere tutti e cinque insieme sulla Kinshofer che Txikon, Nardi e Sadpara stanno attrezzando con corde fisse da un mese.


se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente

Una regola non scritta dell’alpinismo dice che non si sale come se fosse niente sulle corde degli altri perchè “se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente” nel farlo. Non bisogna essere grandi alpinisti per comprenderla.
Nardi quindi non ci sta, soprattutto perchè non è stato interpellato prima, e cominciano giorni di discussioni furibonde che si concludono con il suo abbandono della spedizione e il rientro a casa. Txikon, Moro e la Lunger invece procedono. I primi due arriveranno in vetta al Nanga diventando i primi a raggiungerla in inverno. La Lunger si ferma poco prima probabilmente perchè non ancora acclimatata e, da sola, lasciata dagli altri due, torna giù conmille difficoltà.

Vale la pena leggere il libro anche in merito a questo episodio che lascia l’amaro in bocca anche al lettore oltre che al protagonista, ma invito sempre a confrontarlo con la versione riportata da Moro, leggendo, ad esempio, questa pagina.


Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.

Il libro spiega molto bene quali sono le dinamiche fondamentali all’origine della competizione esasperata tra alpinisti a questi livelli. Prima tra tutte, dover primeggiare per potersi assicurare più agevolmente i soldi di sponsor e conferenze, soldi fondamentali per pagarsi spedizioni costosissime in giro per il mondo. Nardi riassume così: “Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.”

Quinto tentativo. Dopo aver sperimentato una scalata importante e sviluppato una straordinaria intesa con l’inglese Tom Ballard, Nardi nel 2018 organizza una spedizione proprio con lui sul Nanga. L’obbiettivo è sempre quello, passare per il Mummery. A gennaio 2019 i due cominciano i tentativi per scalare lo sperone con l’esito che purtroppo tutti conosciamo. Ed è proprio di questi giorni la notizia che, purtroppo, “si è dovuto prendere atto dell’impossibilità allo stato attuale, per questioni di sicurezza, del recupero dei corpi di Daniele Nardi e di Tom Ballard“.

Sempre nel bel libro di Nardi e Carati, che consiglio di leggere, sono presenti altri frammenti di racconti delle sue spedizioni (per esempio, quella del K2 con Marco Mazzocchi della Rai) e della sua vita privata che ci presentano un Nardi tenace, preparato, sia fisicamente che tecnicamente e mentalmente. Ma anche di un vero uomo, che lotta per il suo sogno, che si strugge e si rialza, che ammette gli errori e che strepita quando si sente escluso o sottovalutato.

Per me lui ha già raggiunto la vetta nella sua vita; non è passato per lo sperone Mummery ma ha puntato direttamente più in alto.

Riposa in pace, Daniele.


Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che non si è arreso e, se non dovessi tornare, il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare, perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea… Vale la pena farlo.

In Tenda sulla Via degli Dei

Percorrere la Via degli Dei d’estate con lo zaino e dormendo in tenda. Ti racconto la mia esperienza.

La Via degli Dei, da non confondersi con il Sentiero degli Dei della Costa Amalfitana, è un percorso collega Bologna e Firenze valicando l’Appennino e che ricalca in buona parte l’antica Via Flaminia Militare costruita dai Romani nel II secolo a.C. E’ una via relativamente breve (circa 130 Km), con un dislivello non proprio banale e ideale per mettersi alla prova portandosi tenda, materassino e sacco a pelo (oltre al resto) nello zaino. In questo articolo racconto la mia personle esperienza.

Sono partito da solo, il che non è un’ottima idea quando si pensa di viaggiare in tenda visto che questo significa non poter condividere il peso relativo con altre persone. Avevo comunque una tenda leggera, anzi, per la precisione una leggerissima tendamaca che parte per essere un’amaca, coperta, e può trasformasi in un bivy, un piccolo riparo da utilizzare a terra se non si hanno a disposizione degli alberi o dei pali a cui appendere l’amaca. E’ la DD SuperLight Jungle Hammock, che prima o poi recensirò su questo blog, che pesa circa 1,5 Kg.

Come materassino ho utilizzato il Trek700 Short di Decathlon puntando sul suo volume e peso ridotto (350 gr). E’ più corto di quelli tradizionali ma nel mio caso era sufficiente a coprirmi dal fondoschiena alla testa.

Sono partito ai primi di Agosto del 2018, in un periodo caldissimo in cui i telegiornali indicavano Bologna e Firenze come tra le 10 città più calde d’Italia. Ho quindi scelto di portarmi un sacco a pelo non particolarmente caldo optando per un Forclaz Trek 500 15° Light di Decathlon che risulta poco voluminoso e leggero (circa 700 gr).

Sono riuscito a far entrare tutto il necessario inclusivo di tenda, materassino e sacco a pelo in uno zaino di 60 litri senza dover appendere niente al di fuori. L’esigenza di portarmi dell’attrezzatura fotografica e powerbank per la ricarica ha portato il peso complessivo a circa 13 Kg, cibo e bevande escluse. Essendo comunque un carico notevole (e spero riusciate a fare meglio di me alleggerendolo il più possibile), ho adottato alcune strategie.

La prima è stata quella di svegliarsi presto la mattina e sfruttare il più possibile le ore più fresche per macinare quanti più chilometri possibile. Dalle 12.30 alle 14.30 circa mi sono sempre riposato stendendo l’amaca al fresco.

La seconda è stata quella di pianificare al meglio l’utilizzo e l’approvigionamento dell’acqua che purtroppo è scarsa lungo il percorso. Avevo la possibilità di caricare due litri e mezzo ma, considerando l’equivalenza tra litri e Kg, mi sono subito reso conto che sarebbe stato un aggravio insopportabile per le mie spalle. Ecco perchè avevo già incluso precedentemente una mappa con le fonti che ho trovato lungo il mio percorso. Nel 2020 però ho trovato una mappa aggiornata che vi includo

Di seguito riporto le tappe, alcune note e soprattutto i punti in cui ho pernottato in tenda (amaca).

Nell’Aprile 2020 ho anche organizzato una diretta Facebook con gli amici di Famo du passi e poi tornamo per confrontare le nostre esperienze di trekking con la Tenda su questa Via. Trovate il resoconto in questo mio articolo.

1° TAPPA – DA BOLOGNA A BRENTO

Consiglio di dormire a Bologna la sera prima in modo da poter partire presto la mattina. Si parte da Piazza Maggiore e si procede in piano fino ad arrivare al portico di San Luca che, su gradini in salita, arriva all’omonimo Santuario. Non arrivate troppo presto lì in cima se intendete visitarlo perchè il cancello apre solo alle 7.00.

Da li si scende nel Parco della Chiusa che costeggia il Reno e dopo un pò ci sidirige verso la Riserva Contrafforte Pliocenico. La variante che prevede salita al Monte Adone è impegnativa ma ne vale assolutamente la pena.

A Brento potete accamparvi al Circolo Monte Adone che mette a disposizione, in maniera del tutto gratuita, uno spazio erboso e con alberi per le tende e gli spogliatoi, sempre aperti, con doccia (fredda) nel retro. C’è anche un bar che osserva turni di apertura (informarsi per gli orari al 335 65 70 101) e dove sarebbe doveroso consumare qualcosa per ringraziare di tanta ospitalità. Dal prato si accede con una scaletta alla strada e ci si trova nelle immediate vicinanze della Vecchia Trattoria Monte Adone dove ho cenato splendidamente senza svenarmi.

2° TAPPA – DA BRENTO A MADONNA DEI FORNELLI

A Madonna dei Fornelli ci sono ben due possibilità. La prima è di piantare le tende dal B&B Romani; dai commenti generali, mi sembrano molto accoglienti ma non ho avuto modo di verificare di persona. La seconda, quella che ho scelto io, è di accamparsi nello spazio messo a disposizione dall’Albergo Poli: un bel prato, ampio e con un casottino con una toilet e una doccia con acqua calda e con possibilità di mettere l’amaca tra gli alberi. E’ gratuito e viene solo richiesto di fare una consumazione al loro bar. Ottimo anche il loro ristorante dove ho mangiato una fantastica tagliata.

3° TAPPA – DA MADONNA DEI FORNELLI A MONTE DI FO’

Sinceramente, la deviazione proposta al Passo della Futa per andare a vedere un tratto della Flaminia Militare sul Monte Poggione non vale la pena dello sforzo. A me non ha colpito in maniera particolare o, almeno, non più degli altri tratti che si percorrono prima nel bosco. A maggior ragione se poi si va a campeggiare da Il Sergente come ho fatto io (costo 10 euro). Quello è un camping super affollato d’estate di roulotte e casette con poco spazio a disposizione per chi campeggia e nessun albero per appendere un’amaca. E’ vero però che c’è una piccola piscina che potrebbe alleviare le fatiche (tante) della giornata e che i Servizi igenici sono decorosi. Per pranzo e cena c’è una doppia possibilità: al camping (provato – discreto ma inferiore ai precedenti) oppure al ristorante dell’Albergo subito accanto.

L’alternativa al camping il Sergente è il Camping della Futa, poco prima del passo della Futa e del Cimitero MIlitare Germanico ma non ho pareri diretti o indiretti da riportare al momento. Dovessi mai rifare la Via degli Dei in tenda credo che passerò di lì.

4° TAPPA – DA MONTE DI FO’ A SAN PIERO A SIEVE

Consiglio di fare la deviazione per Sant’Agata. Allungherete un pò ma avrete la possibilità di rifocillarvi al bel bar di questo paesino e di usufruire del piccolo market al suo interno che mi è sembrato ben rifornito.

Ripresa la strada, dopo pochi chilometri, si incontra sulla sinistra La Sosta degli Dei, un’area attrezzata che mi sarebbe piaciuto verificare ma che purtroppo apriva solo dal giorno dopo il mio passaggio.

A San Piero a Sieve per attendarsi non c’è scelta: Camping Village Mugello Verde. Per arrivarci occorre una deviazione che ci allontana dal paese di un chilometro e mezzo ma ne vale la pena: piscina, ristorante, Servizi al top, spazio abbondante per tende e amache, verde dappertutto… un posto veramente carino che, chiaramente, si fa pagare (una piazzola e una persona fanno 18 euro). Al ristorante interno si mangia bene pagando il giusto. La mattina si può uscire da un cancelletto (vengono fornite le chiavi) che da direttamente sulla Via degli Dei permettendo di raggiungere il centro se uno vuole visitare San Piero a Sieve e di recuperare la fatica della deviazione del giorno prima.

5° TAPPA – DA SAN PIERO A SIEVE A FIRENZE

Ho deciso di fare questa lunga tappa (più di 40 km incluse deviazioni!) invece di spezzarla, come suggerito dalla Guida di Frignani, in due. Il motivo è che non ho trovato campeggi o punti sosta comodi a circa metà del percorso. E’ una tappa dura anche per gli approvigionamenti di acqua e cibo, motivo per cui ho deciso di fare la deviazione all’Hotel Ristorante Dino a Olmo. Non mi hanno potuto servire il pranzo (il ristorante è aperto solo a cena e non il mercoledì) ma, gentilmente, mi hanno preparato un panino e mi hanno raccontato che è possibile mettersi d’accordo con un proprietario in zona per piantare le tende venendosi poi a fare la doccia e cenare da loro. Se non vi volete sfiancare (è stata veramente dura) provate a fargli uno squillo al 055 54 89 32 e fatevi consigliare.

Altra possibilità entrando in Fiesole è il Camping Village Panoramico Fiesole di cui però non ho notizie.

E se partite da soli, non abbiate paura: sicuramente incontrerete amici lungo il cammino!

Camminare, il vero BruciaGrassi

21 MAR, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Tisane o altre sostanze “bruciagrassi” capaci di farci diminuire di peso rapidamente andando ad eliminare il grasso in eccesso sono una pura invenzione di marketing. Solo un’attività fisica di tipo aerobico, come il Camminare, abbinata ad un sano stile di alimentazione può veramente riuscire a farlo.

In un celebre video su YouTube, Dario Bressanini spiega, innanzitutto, che queste fantomatiche tisane non possono veramente bruciare i grassi. Lo dimostra scientificamente partendo dalla definizione di Caloria, l’energia necessaria per innalzare di 1 °C (da 14,5 a 15,5) la temperatura di 1 g di acqua distillata alla pressione di 1 atm. Considerando che l’Energia non può essere distrutta ma solamente trasformata e sapendo che un grammo di grassi ha un potere calorico di 9000 Calorie, con pochi e semplici passaggi matematici ricaviamo che con la combustione di 100 grammi di grassi si ottiene un innalzamento della temperatura di 90 Kg di acqua di 10 gradi. Visto che siamo composti al 60% di acqua, se veramente questa miracolosa tisana bruciasse anche solo questa piccola quantità (e 100 grammi di grassi in meno non ci renderanno di certo magri!) questo significherebbe un aumento della nostra temperatura corporea tale da portarci a morte certa.

Per eliminare i grassi, invece, sono necessarie una corretta alimentazione e un’attività fisica adeguata. La prima è ovviamente molto importante ma qui mi interessa concentrarmi sulla seconda.

Il nostro corpo per produrre energia utilizza, approssimando un pò, uno di due meccanismi. Il primo, detto aerobico, avviene quando abbiamo grande disponibilità di ossigeno, cosa che succede in attività prolungate ma di bassa intensità che possiamo svolgere senza avere il “fiatone”. Il secondo, detto anaerobico, interviene quando l’intensità dello sforzo è alta e non riusciamo a introdurre tutto l’ossigeno di cui necessiteremmo.

I due meccanismi utilizzano riserve energetiche diverse. In quello anaerobico vengono utilizzati principalmente le riserve di glicogeno che derivano dai carboidrati. Quello aerobico invece, dopo una ventina di minuti di consumo di glicogeno, comincia a “bruciare” i depositi di grassi.

Camminare è un’attività, entro certi limiti di intensità, di tipo aerobico. Ecco perchè affermo che è il vero bruciagrassi: in questo caso, a differenza delle tisane, l’energia viene spesa e non trasformata in calore !

Ma cosa significa entro certi limiti? Se noi percorriamo un tratto in forte pendenza a ritmo sostenuto e siamo a corto di fiato, quasi sicuramente non staremo nella fascia aerobica ma in quella anaerobica dove non consumiamo le grosse quantità di grassi di cui disponiamo ma le limitate scorte di glicogeno che sono particolarmente preziose visto che senza di queste i grassi non possono essere utilizzati. Per bruciare i grassi bisogna invece avere un passo costante e un ritmo che ci consenta di rimanere in zona aerobica.

Come faccio a rendermi conto in quale delle due fasce mi trovo? Esistono molti sistemi utilizzati da atleti di buon livello (non necessariamente professionisti) ma sono un pò scomodi per “camminatori della domenica”. Un buon metodo, pratico e poco costoso, è l’utilizzo del cardiofrequenzimetro che ci permette di misurare la frequenza dei battiti cardiaci. Svolgendo attività fisica in un determinato range (60-70%) della propria frequenza cardiaca massima è possibile lavorare nella zona aerobica ottenendo lo smaltimento dei grassi e ulteriori benefici dovuti al potenziamento della propria capacità aerobica.

Il cardiofrequenzimentro può essere impostato con allarmi acustici per darci un feedback immediato sull’intensità del proprio sforzo e farci capire se siamo al di fuori dell’intervallo ideale. In più, ci fornisce anche una traccia cronologica che può essere utilissima per successive analisi.

Volete un sistema ancora più semplice? Il Talk Test, un pò approssimativo ma efficace: se riuscite a camminare e a parlare senza fiatone siete in zona aerobica. Facile eh? Si, come camminare.

Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza. Intendo, con questo, una lentezza del camminatore che non è l’esatto contrario della velocità. In primo luogo, è l’estrema regolarità del passo, la sua uniformità. Al punto che potremmo quasi dire che il buon camminatore scivola – Frédéric Gros

#IndovinaDove: il gioco per scoprire nuovi sentieri

17 GEN, 2018 in Articoli Giochi di Agostino Anfossi

Ogni tanto sulla nostra pagina Facebook (GoTrek) lanciamo il gioco #IndovinaDove per incentivare la curiosità degli escursionisti a conoscere nuovi luoghi o sentieri o a ricordarsi di quelli dove sono già stati.

Per rendere la cosa più “gustosa” mettiamo in palio una partecipazione gratuita ad una delle nostre escursioni o altri premi equivalenti. Benchè si tratti di un gioco e non un vero e proprio concorso a premi è comunque importante dare delle regole.

Per partecipare occorre aver messo “Mi piace” alla pagina Facebook GoTrek e rispondere al post del luogo da indovinare con un commento che riporti la soluzione.

Prendiamo in considerazione solo la prima risposta e non è consentito modificarla pena l’esclusione.

Il vincitore di un #IndovinaDove non può partecipare ai successivi 4 #IndovinaDove.

La partecipazione gratuita, oggetto del premio, non può essere ceduta ad altri e deve essere sfruttata nel periodo indicato nel post.

Nel caso di più partecipanti che rispondono correttamente, estraiamo (solo trai primi 9) il vincitore finale utilizzando un algoritmo che prende in considerazione come variabile casuale il primo numero estratto del Lotto sulla ruota di Roma della prima estrazione successiva al termine del gioco. L’algoritmo da un vantaggio importante al primo partecipante che risponde correttamente; tale vantaggio diminuisce sensibilmente con i successivi partecipanti. Quindi: cercate di rispondere bene il più rapidamente possibilie!

Per tutto il resto, considerate che è un gioco.

Inviateci anche i vostri selfie sui sentieri ! Se le pubblicheremo a voi spetterà comunque una partecipazione gratuita !

Come mantenersi ben idratati

10 GEN, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Spesso, durante le escursioni, sento i partecipanti dire che preferiscono non bere o, almeno, farlo il meno possibile. Le motivazioni che vanno per la maggiore sono che non hanno sete e che non vogliono sudare. Ah, si, anche che non vogliono fare pipì in continuazione.

L’acqua è indispensabile per tutte le reazioni biochimiche nel nostro organismo e durante gli sforzi fisici ci protegge dal surriscaldamento attraverso la secrezione di sudore che evapora sottraendo così al corpo il calore eccedente (principio del calore latente, in termodinamica). Quindi, il sudore non va pensato solo come un fastidio, ma come una fantastica difesa dell’organismo; limitando l’acqua, riduciamo, in realtà, le nostre capacità di contrastare tale surriscaldamento e rischiamo di provocare danni molto maggiori che non la semplice sensazione di umido sulla pelle.

L’acqua, infatti, costituisce mediamente il 60% dell’intera massa corporea e una sua carenza è mal tollerata dal nostro organismo. Una perdita del 2% del volume dell’acqua corporea totale altera la termoregolazione e influisce negativamente sull’efficienza e sulle capacità fisiche (tra cui un aumento della frequenza cardiaca e una riduzione della sua gittata). Una perdita del 5% comporta il rischio di crampi e può portare ad una riduzione del 30% della prestazione fisica. Perdite superiori risultano particolarmente pericolose e mettono in serio rischio la vita.

Quindi, se mentre si cammina, si ritiene di sudare troppo è meglio rallentare piuttosto che rinunciare a bere. Anzi, meglio prendere l’occasione per una sosta proprio per reintegrare quei liquidi che stanno evaporando con la sudorazione o con altri meccanismi come l’urina.

Non solo,  la sudorazione sarà tanto più efficiente quanto meglio siamo idratati. Infatti, quando la quantità di acqua presente nel nostro organismo è sufficiente, il contenuto salino (sodio, cloro, potassio e magnesio) del sudore sarà basso ottenendo così una valida evaporazione. Se invece abbiamo bevuto poco, il sudore conterrà una maggiore concentrazione di sali determinando un minore raffreddamento del corpo. Avete capito ora l’origine del famoso “sudore salato” che brucia venendo a contatto con la congiuntiva o la mucosa delle labbra?

Considerando che, in condizioni normali di temperatura e a riposo un soggetto assume (con le bevande e attraverso gli alimenti) mediamente 2,5 litri di acqua al giorno, per un’escursione di 6 ore sopra i 1.500 metri consiglio di portare almeno 2,5 litri di acqua (anche di più in caso di alte temperature) da bere con regolarità e a piccoli sorsi: 150-200 ml (un bicchiere d’acqua) ogni 20-30 minuti. Immaginate il nostro organismo come una spugna: se versate troppa acqua, l’eccedente andrà perso. Fate in modo che la “spugna” sia costantemente bagnata ma senza sprechi.

Sicuramente utili sono le bevande arricchite di sali minerali (potassio, magnesio e sodio), poiché, paradossalmente, l’ingestione di acqua priva di questi (come quella della fusione della neve) provoca un’ulteriore disidratazione dell’organismo oltre che un potenziale squilibrio nel rapporto tra idratazione e condizione elettrolitica. Il mio consiglio, comunque, è di non abusarne.

Per trasportare l’acqua si possono usare bottiglie riciclabili di plastica dura, di vetro, di alluminio (anche se non sono completamente a loro favore) ma sicuramente non le bottigliette di plastica mono uso (leggi perchè sul mio articolo)! Le “sacche col tubicino” (camelbak per gli escursionisti cool) che si infilano dentro lo zaino sono davvero molto comode e hanno due grandi vantaggi: diminuiscono di volume man mano che si beve e, soprattutto, avendo il tubicino sempre a portata di mano si può, con estrema praticità, bere regolarmente e in piccole quantità come suggerito precedentemente. Gli svantaggi sono che, spesso, danno un saporaccio di plastica all’acqua (ma dipende anche dal modello) e che possono presentare problemi di ammuffimento se non pulite e asciugate perfettamente (mi riferisco soprattutto al tubicino).

E’ importante continuare ad idratarsi anche alla conclusione dell’escursione. A tal proposito, come confermato da uno studio pubblicato sull’International Journal of Sport Nutrition, una buona birra artigianale non filtrata a bassa gradazione (< del 4%), grazie alla bassa percentuale di zuccheri e alla presenza di magnesio, fosforo, calcio e complesso B può essere considerata un ottimo energetico. Una sola e a bassa gradazione, eh!

Anche un buon bicchiere di vino rosso, oltre ad allietare il pasto, può, grazie ai flavonoidi, garantire un’azione antiossidante sull’intero organismo.

Assolutamente da evitare qualsiasi tipo di alcolico, invece, durante l’escursione. Non solo perchè rallenta, anche notevolmente, i riflessi. Ma anche per la sua azione di dilatazione dei vasi sanguigni che comporta una maggiore dispersione di calore con conseguente raffreddamento della temperatura corporea (la sensazione inziale di calore e tepore, infatti, è solo temporanea).

Da evitare anche l’acqua gassata perchè dilatando lo stomaco comprime il diaframma e rende più difficile la respirazione.

Altri fattori che influenzano lo stato di idratazione (e quindi la necessità di bere acqua) sono, ovviamente, la temperatura e l’irraggiamento. Anche il vento facilita il processo di evaporazione del sudore (e quindi accelera la disidratazione) solo che ce ne accorgiamo di meno, in quanto la fastidiosa sensazione di umidiccio sulla pelle scompare in fretta: tenetene conto, anche d’inverno!

Mantenersi idratato inoltre permette di depurare l’organismo dalle tossine espellendole all’esterno, garantisce il trasporto dei nutrienti, lubrifica le articolazioni, aiuta il sistema digestivo.