Circeo chiuso. Solo una questione di scarpe da trekking?

Quest’anno, vista l’esplosione del fenomeno trekking, sono aumentate a dismisura le richieste di soccorso dovute, in gran parte, alla inesperienza e superficialità di chi pensa che si tratti solo di un pò di impegno fisico.
Al Circeo hanno chiuso dei sentieri a causa dell’elevato numero (e costo) di interventi di salvataggio limitando l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”.
Hanno fatto bene oppure no?

Il Circeo è da sempre uno dei miei luoghi preferiti, sia come guida che come semplice escursionista. Non è lontano da casa e si può frequentare, in modalità diverse, tutto l’anno donando sempre emozioni fortissime grazie al suo connubio tra mare e montagna. In media ci vado una volta ogni due mesi, con gruppi o per conto mio, e ritengo, quindi, di conoscerlo bene.

Ci sono percorsi tutto sommato semplici come la salita dal Faro al Monte Circello, sentieri un pochino più impegnativi come il 754 delle Mura Ciclopiche e traversate ben più complesse come il 750, Sentiero del Picco di Circe. Ma come si misura e cosa si intende per “impegnativi”? In fin dei conti qualche chilometro e circa 500 metri di dislivello sono qualcosa alla portata di una buona fetta di popolazione giovane o che si mantiene attiva. Ad esempio, il tratto del sentiero 750 che porta sul picco da Torre Paola è lungo nemmeno 3 km e con poco più di 500 metri di dislivello; se si vuole diminuire la salita ci si può arrivare anche dalle Crocette aumentando di pochissimo la lunghezza. Con numeri così, chiunque sarebbe tentato di arrivare su in cima per godersi il fantastico panorama. Ecco, appunto, chiunque. E così, soprattutto d’estate, bagnanti annoiati decidono di intraprendere l’ascesa senza essere consapevoli che non esiste un comodo sentiero per arrivare in cima; non sanno, o forse lo sottovalutano, che c’è un percorso ripido, scosceso, dove bisogna anche utilizzare le mani, con punti esposti, dove scivolare comporta lesioni gravi, dove molti hanno perso la vita (persino un forestale) e in cui la maggior parte delle volte il soccorso viene prestato tramite un elicottero perchè le squadre di soccorso hanno difficoltà a portare giù qualcuno da lì.

Sono stato lo scorso 10 Agosto con un gruppo selezionato (solo persone con un certo livello di esperienza e determinazione) per rimanere a bivaccare sul picco di Circe tra il tramonto e l’alba. Ad un certo punto, col sole che stava tramontando, vedo due ragazzi raggiungerci. Lui in camicetta di lino bianca; lei in costumino e vestitino da spiaggia. Scarpe da ginnastica, nessuno zainetto, nessuna bottiglia d’acqua, solo il cellulare tra le mani per i selfie che dovevano testimoniare il bel momento. Lui mi chiede come si torna giù a Torre Paola. Prego? Sta per fare buio e voi vorreste tornare per un sentiero più veloce che qualcuno vi ha detto che “dovrebbe” esistere? Lei tremava, poverina, dalla paura. Gli dico che sarebbe meglio se restassero con noi, se affrontassero la discesa insieme il giorno dopo; niente, volevano ripartire subito, che avevano degli “impegni”. Alla fine sono discesi per la direttissima (vietata già da qualche tempo) e ce l’hanno comunque fatta anche se, tramite whatsapp, mi hanno scritto che avevano sbagliato (e ti credo, col buio, nel bosco e senza conoscere il percorso) e tagliando tra gli arbusti si erano ritrovati sulla statale.

Tornando la mattina abbiamo trovato anche altri neo-escursionisti. Ricordo una coppia. Lui con cappello-ombrellino da festa in discoteca, lei con zaino minuscolo, molto più piccolo della camera fotografica che portava appesa al collo, probabilmente senza acqua. Poco dopo vediamo un padre con due figli piccoli, obesi, che sbuffano perchè proprio non gli andava. L’anno scorso una famigliola nelle stesse condizioni si è persa (e nella boscaglia del picco è un attimo) e sono dovuti venirla a cercare perchè nessuno di loro sapeva comunicare la posizione e li hanno trovati spaventati e disidratati.
Tutti con le scarpe da ginnastica. Tutti, dal primo all’ultimo. Ma è solo questo il problema? Le scarpe? Se le avessero avute da trekking avrei avuto un’opinione diversa di loro?

Chi mi conosce sà della mia passione per le five fingers che tutto sono tranne che scarpe da trekking. Sono completamente destrutturate, ancora meno protettive e di sostegno di quelle da ginnastica. Sul picco di Circe le uso solo quando vado da solo, mai coi guppi perchè non voglio dare il cattivo esempio. Le uso consapevolmente: so che aumento il livello di rischio di prendermi una slogatura che potrebbe anche causare una scivolata inopportuna ma, dall’altro lato, la maggiore sensibilità e velocità di reazione che ottengo mi permette una maggiore stabilità ed equilibrio che so sfruttare a mio favore. Non solo, conosco perfettamente le mie capacità e il percorso, cosa che mi consente di osare un pò di più, in maniera consapevole.

Il punto è tutto qui. Non è che se non hai le scarpe da trekking non ce la puoi fare. Non è che se non ti porti lo zaino con cibo e acqua non ci puoi arrivare. Non è che se vai col costumino e il pareo non riesci a salire sul picco. Ma, così, ti esponi ad un rischio enorme; se, oltretutto, ti manca esperienza e conoscenza del percorso, la probabilità che ti possa fare veramente del male e che ti debbano venire a prendere è altissima e intollerabile per te e per la comunità.

A questo punto, bene fa il comune a chiudere, intanto, i sentieri più impegnativi del Circeo (in realtà ne ha chiusi anche di semplici) per evitare escursionisti improvvisati .

Non può essere però una chiusura definitiva; si devono interrogare su cosa non abbia funzionato e prendere provvedimenti, perchè non è nemmeno giusto incidere su tutti, anche su chi affronta consapevolmente e con preparazione quei percorsi. Se, ad esempio, ci sono tante persone che si buttano dal ponte di Ariccia (purtroppo è stato così nel passato) non si può pensare di chiuderlo a tutti per evitarlo ma bisogna trovare dei dissuasori.

Le amministrazioni pubbliche devono uscire dalla logica che è più facile vietare che gestire. Ad esempio, tanto per cominciare, potrebbero installare enormi cartelli che avvisino delle difficoltà e rendano maggiormente consapevoli dei rischi e mantenere, per un certo periodo – mica per sempre – un presidio di carabinieri forestali all’ingresso del sentiero che faccia un minimo da filtro.

C’è alla base sicuramente un problema di comunicazione: passa il messaggio che il picco regala un panorama fantastico, che si raggiunge in un tempo ragionevole e con non eccessivo sforzo fisico ma non che richiede discreta esperienza e un minimo di attrezzatura e che è altamente rischioso. Il comune e il parco hanno deciso che consentiranno l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”. Ottimo, immagino e auspico che questo non significhi necessariamente un professionista da pagare (sono io il primo a non volerlo!) ma come si riconosce o certifica questa esperienza? Gli faranno domande specifiche? Oppure li multeranno solo se richiedono aiuto e si scopre che non erano adeguati? Oppure semplicemente vedranno se hanno le scarpe da trekking, come se queste, da sole, come la mascherina col covid, siano la panacea di tutti i mali?

Oppure sarà solo un modo per far organizzare le escursioni solo a chi dicono loro anche sui sentieri più semplici del Circeo? L’emergenza in Italia, lo sappiamo bene, porta danari.

Io e le mie five fingers

Premessa: sono un semplice fruitore delle Five Fingers e non ho alcun tipo di relazione con Vibram. Quello che scrivo sono semplicemente le mie considerazioni personali e esperienze che destano fuori tanta meraviglia per avere le dita separate ma che hanno una filosofia di camminata dentro. Non sono scarpe per tutti e ai tanti vantaggi si associano altrettanti svantaggi. In questo articolo provo a mettere in evidenza gli uni e gli altri.

Possiedo ben 5 paia di Five Fingers della Vibram. In realtà sono 6 ma l’ultimo acquisito è un modello “invernale” che devo ancora provare sul campo e di cui farò sicuramente una recensione appena messo a dovere sotto torchio. Il primo modello, il KSO (probabilmente anche le prime five fingers in assoluto di Vibram), lo comprai nel 2010, incuriosito dopo averle viste ai piedi di un ragazzo in spiaggia. Mi piaceva l’idea della sensazione di andare “come a piedi nudi” e della leggerezza che ispiravano; in quel periodo mi stavo anche preparando al mio primo Camino di Santiago e quelle caratteristiche mi sembravano molto importanti e un pò anche in linea con lo spirito del viaggio.

Brutte erano brutte e anche un pò vistose rispetto al mio modo di vestirmi ma le provai comunque a lungo. Le dita separate davano veramente quella sensazione di camminare a piedi nudi ed erano decisamente più morbide di un qualsiasi sandalo da trekking; anche la leggerezza era sicurmente una caratteristica che si apprezzava immediatamente. Le provai a lungo e alla fine decisi di non utilizzarle per percorrere tutto il Camino perchè lo strato di gomma, ovviamente Vibram, era troppo sottile per tutti quei chilometri (circa 30) ogni giorno; però le portai comunque con me come ciabatte da “descanso”, riposo, alla fine di ogni tappa. Beh, fu una scelta saggia perchè in effetti il piede riposava dopo tanta fatica e, inoltre, erano sempre il motivo scatenante di chiacchere con gli altri pellegrini dell’ostello.
Qualcuno le volle persino provare e alla fine mi disse che secondo lui non “vanno bene per arrampicare”. Vero, bastava che me lo chiedesse. Le FF (le abbreviamo così) seguono un concetto opposto rispetto a quello delle classiche scarpine da arrampicata; queste ultime tengono a chiudere, stringere le dita in modo da creare uno zoccolo per andare a sfruttare qualsiasi piccola asperità della parete mentre le FF, con le dita loro separate, tendono esattamente all’opposto e cioè ad allargare la pianta del piede dando maggiore stabilità nella camminata.

Tornato a casa, le utilizzai solo in casa e non feci più altre escursioni con le FF KSO che oltretutto avevano una suola troppo poco scolpita (praticamente liscia, da prato).

L’interesse per le FF rifiorì nel 2015 quando, cominciandomi a preparare per correre una maratona, lessi un libro illuminante: Born to Run, di Cristopher McDougall.
Ho intenzione di scrivere a breve una recensione di questa che è considerata un vera e propria bibbia per chi corre lunghe distanze (oltre la maratona) ma, per questo articolo, punto subito a quello che lessi e che mi fece riflettere.

Le nostre scarpe a partire dagli anni ’70 hanno sempre più allontanato l’essere umano da quello che è stato, per centinaia di migliaia di anni, il suo stile di camminare (e soprattutto correre) , quello a piedi nudi. Che non vuol dire necessariamente non adottare alcuna protezione per il piede ma utilizzare una calzatura quanto più coerente possibile a quello stile e che consenta di tenere ben aperte le dita e con una suola senza differenza di livello tra il calcagno e il mesopiede. Fateci caso: le scarpe da corsa o da trekking adesso tendono a chiudere le dita (che nelle donne creano spesso problemi di alluce valgo) e a tenere il calcagno più in alto aumentando probabilmente la sensazione di comfort e, così ci dicono, aggiungendo una sorta di cuscinetto che ci aiuta a sopportare meglio l’impatto del piede sul terreno. Il problema è che in realtà noi questo “cuscinetto” già l’abbiamo naturalmente ma non lo utilizziamo preferendo atterrare sempre di più (anche quando non necessario) sul tallone piuttosto che sull’avampiede dove madre natura ci ha messo a disposizione un arco costituito da tanti ossicini e nervature.

In questo le FF sono fantastiche e problematiche allo stosso tempo. Da una parte permettono al piede di utilizzare il metodo giusto evitando di atterrare sempre di tallone anche grazie alla migliore proprocezione che offrono rispetto a qualsiasi scarpa; dall’altra, però, senza la giusta gradualità e senza la coscienza di cosa si sta facendo possono essere fonte di distorsioni o peggio.

Quindi, attenzione ai facili entusiasmi. A volte tornare indietro troppo rapidamente dopo tanti anni in cui ci siamo disabituati può essere problematico e traumatico. Però sappiate che la nostra natura umana da lì è partita. Guardate i bambini di 5-6 anni: vorrebbero sempre stare a piedi nudi, no? E guardate come corrono… perfetti, con il piede che compie un bel cerchio e soprattutto che atterra in maniera naturale, quasi parallelo al terreno con un leggero anticipo sull’avampiede e non pesantemente sul tallone come facciamo noi dopo anni di scarpe “ammortizzate”.

Nel 2015, dicevamo, mi comprai il mio secondo modello, le Spyridon MR, decisamente con una bella suola tassellata perfetta per le corse su terreni (trail running) anche pesanti come quelli fangosi. Ricominciai ad utilizzarle per il trekking e procedendo con gradualità mi trovai sempre meglio al punto che, piano piano, cominciai a preferirle sempre di più alle tradizionali. Non solo ma ne comprai anche un secondo paio per le uscite “casual” di tutti i giorni.

All’inizio un pò mi vergognavo di andare in giro con le “scarpe di paperino”, come qualcuno mi disse, ma poi la sensazione di comfort che ne ricevevo prevalse e ad oggi uso FF anche per uscire con gli amici praticamente il 90% dei casi. Il restante 10% sono quei casi in cui fa veramente freddo oppure piove. Eh si, perchè uno dei difetti delle FF è che sono permeabili sia dalla parte superiore che tra le dita.

Il freddo si può invece in parte limitare con le loro calze (a cinque dita, ovviamente) di fantastica lana merino.

Uno dei difetti delle FF è che sono permeabili sia dalla parte superiore che tra le dita. Non sono scarpe che proteggono il malleolo e non sostengono il piede

L’altro “difettuccio”, in realtà fondamentale è che, come tutte le FF, non sono scarpe che proteggono il malleolo e non sostengono il piede. Quindi se pensate di avere una caviglia debole facilmente incline alle distorsioni queste scarpe non sono per voi a meno che non facciate delle passeggiate corte su terreni senza alcuna asperità e in quei casi, comunque, gradualità deve essere il vostro motto. Seguite le istruzioni che compaiono nella scatola delle vostre FF e partite utilizzandole a casa.

Spesso (diciamo sempre) le persone che le vedono la prima volta mi chiedono anche quante volte inciampo nei sassi o altri elementi e quanto mi faccio male visto che non esiste una sorta di punta rigida che protegga le dita. Domanda più che lecita. All’inizio capita spesso e quindi si ha la tendenza a guardare in basso mentre si cammina. Dopo un pò, però, si comincia a prendere confidenza col terreno aumentando gradualmente la propriocezione (il senso di posizione e di movimento degli arti e del corpo che si ha indipendentemente dalla vista) e lo sguardo piano piano si innalza. La camminata si fa più leggera e quindi eventuali imprevisti contatti con gli elementi (sassi, radici, ..) diventano soffici urti. Durante questo paio di anni di utilizzo ho preso qualche botta ma sempre senza conseguenze. E’ comunque un elemento da tenere in considerazione.

L’altra domanda che mi fanno sempre è se i sassi o altri oggetti sotto la suola si “sentono” e se danno fastidio. Si, si sentono e inizialmente danno fastidio. Per me è il bello delle FF proprio perchè mi riavvicinano al concetto del barefoot, del camminare a piede nudo e sono elementi che aiutano a migliorare la nostra propriocezione, cosa che le pedule tradizionali, con suole sempre più alte che ci stanno invece allontanando dal terreno, facciamo fatica a “sentirlo” per poterlo interpretare. Al contrario con le FF noi “leggiamo” la conformazione del terreno e determiniamo quant’è duro, sassoso, morbido, viscido, friabile e adattiamo la nostra camminata e posizione in base a queste preziose informazioni.

Con le FF ci ri-avviciniamo alla camminata barefoot e “leggiamo” la conformazione del terreno determinando quant’è duro, sassoso, morbido, viscido, friabile e adattando la nostra camminata e posizione in base a queste preziose informazioni.

Subito dopo le Spyridon MR mi sono preso le Trek Ascent, morbidissime e con una suola più bassa. E una presa che la Vibram ha chiamato, a ragione, Megagrip. “Sentire” il terreno e avere una suola che ci si aggrappa, praticamente le mie preferite per trekking. Anche se non ci farei le arrampicate in falesia (ne ho già parlato prima), per dei facili passaggi in roccia ritengo non ci sia di meglio. E poi comode, in qualsiasi situazione.

Infine le V-Run, leggerissime, esclusivamente per la corsa su terreni non accidentati. Sfido chiunque a utilizzarle e a correre mettendo per terra il tallone prima dell’avampiede. Unico svantaggio, almeno nel mio caso, è che richiedono un lungo periodo di apprendistato in cui all’inizio bisogna correre non più di 1-2 km ogni sessione a meno che non si abbiano dei polpacci molto sviluppati e allenati. Fantastiche per il confort anche per facili camminate in strada d’estate.