In Tenda sulla Via degli Dei – 2

Torniamo a parlare di Via degli Dei con la Tenda confrontando in diretta Facebook le nostre esperienze con quelle dei Famo du passi e poi tornamo.

I Famo du passi e poi tornamo sono una coppia di amici che amano fare trekking con la tenda, soprattutto nel periodo invernale quando il freddo e la neve rendono molto complesso camminare per più giorni.

Ho organizzato una diretta Facebook in modo di poter confrontare le nostre esperienze a beneficio anche di chi voglia farsi un’idea di come organizzare un trekking sulla Via degli Dei con la tenda.

Risorse utili per pianificare

A questo link potete trovare un file .zip che contiene il diario dei Famo du passi e l’attrezzatura che hanno utilizzato nella loro Via degli Dei invernale. Il resoconto della mia esperienza estiva lo trovate invece in questo mio precedente articolo.

Di seguito una lista di strutture (elencate partendo da Bologna e procedendo verso Firenze) che, in forma diversa, possono ospitarvi con la vostra tenda. Contattateli preliminarmente e verificate sempre come fare con i pasti e la colazione

  • B&B Nova Arbora, Sasso Marconi (BO)
  • Agriturismo Piccola Raieda, Sasso Marconi (BO)
  • B&B Sulla Strada degli Dei, Brento (BO)
  • Circolo Monte Adone, Brento (BO)
  • Agriturismo Cà di Mazza, Monzuno (BO)
  • Albergo Ristorante Montevenere, Monzuno (BO)
  • B&B Le Croci, Monzuno (BO)
  • Albergo Ristorante Pizzeria Poli, Madonna dei Fornelli (BO)
  • B&B Dai Romani, Madonna dei Fornelli (BO)
  • La Casa delle Guardie, Pian di Balestra (BO)
  • Campeggio La Futa, Firenzuola (FI)
  • Camping Il Sergente, Monte di Fò (FI)
  • La Casa di Michele, Sant’Agata di Scarperia (FI)
  • Camping VIllage Mugello Verde, San Piero a Sieve (FI)
  • Camping Poggio degli Uccellini, Bivigliano (FI)
  • Camping VIllage Panoramico Fiesole, Fiesole (FI)

La Transiberiana d’Italia e i Mercatini di Natale

Era un pò di tempo che le mie amiche, Elisa e Monia, mi chiedevano di andare a farci un giro sulla Transiberiana d’Italia nel periodo dei Mercatini di Natale, un viaggio su un treno storico su quella che viene definita la ferrovia più panoramica d’Italia, così chiamata perché si snoda tra alcuni dei paesaggi naturali più belli dell’Abruzzo, scorci che, durante la stagione invernale, si tingono di bianco ricordando i tipici paesaggi della Siberia.

Vi racconto com’è andata e do anche qualche piccolo consiglio per godersela al meglio.

Innanzitutto, se volete andare nel periodo dei Mercatini di Natale il sabato o i giorni festivi, dovete prenotare con largo anticipo. Nel nostro caso, Elisa si era attivata già dal 14 Novembre, giorno di apertura delle prenotazioni, per assicurarci il posto per i Mercatini di Natale di un sabato di Dicembre. Il sito Internet è questo. Consiglio di prenotare i sedili sulla sinistra del treno, per godersi meglio il panorama.

Abbiamo preso il secondo treno delle 10.30 per evitarci un’alzataccia, però questo va a discapito delle ore di luce a disposizione, tenetene conto.

Si parcheggia comodamente in un piazzale a pochissimi metri dalla stazione di Sulmona, ci si registra e si entra nel treno. L’atmosfera è già veramente magica, con queste carrozze degli anni ’30 perfettamente restaurate, dove si aprono le porte direttamente dal tuo scompartimento, con i sedili di legno, nudi, senza alcuna imbottitura, ma perfettamente levigati e sagomati per farti sentire comodo e riscaldati (!!) al punto tale che si soffre persino il caldo nel vagone.

I Vagoni anni ’30

Il personale del treno e i volontari dell’Associazione Le Rotaie passano continuamente per dare indicazioni vagone per vagone visto che, chiaramente, non ci sono gli altoparlanti.

Passiamo su un tratto di ferrovia ormai dismesso da anni che ci regala viste strepitose sulla Valle Peligna, Pettorano sul Gizio, la Maiella. Dopo circa un’ora arriviamo a Campo di Giove e troviamo ad accoglierci una banda di Babbo Natale che intonano le note di Jingle Bells e ci accompagnano nel centro del paese dove troviamo i Mercatini ospitati in deliziose strutture di legno. Ci si trovano soprattutto prodotti locali mangerecci della terra abruzzese ma, purtroppo, poco artigianato.

La Banda dei Babbo Natale

Visto che la giornata è splendida, per davvero, e che il giorno prima ha persino nevicato, decido di farmi una passeggiata sul sentiero che dal centro porta fin su al Monte Amaro. Le mie dolci amiche mi rimbrottano un pò, perchè sarebbero volute venire anche loro ma io, pensando che preferissero vagare per i chioschetti, non gli avevo detto che mi sarei portato l’attrezzatura da trekking. Da una parte però questa cosa mi fa felice: si vede che sono proprio amiche mie 🙂

Nella Piazzetta di Campo di Giove
Nella Piazzetta di Campo di Giove

Avevo a disposizione solo un paio d’ore e quindi mi sono regolato di conseguenza arrivando solo alle pendici del massiccio della Maiella dove il Monte Amaro, seconda cima degli Appennini, si staglia imponente. Ho trovato la neve quasi subito, fresca, immacolata, con tracce recenti di volpi. Il cielo era completamente sgombro, terso al punto di lasciar andare lo sguardo per decine di chilometri. Se i Mercatini non sono la vostra massima aspirazione, fatevi una passeggiata lì intorno, che ne vale la pena.

Al cospetto del Monte Amaro

Una volta tornato faccio ancora in tempo a prendermi una zuppa di legumi e un caffè e tutti insieme torniamo al treno di nuovo preceduti dalla banda musicale.

Arrivati a Roccaraso decidiamo di partecipare alla visita guidata del paese (prenotata alla Stazione di Sulmona e pagata a parte – 5 euro). Un volontario ci fà una bella introduzione alla storia di questo tratto di ferrovia facendoci notare dettagli interessanti delle foto appese in stazione. Poi siamo affidati ad una signora spagnola (lo si capisce solo dalla erre sempre doppia e arrotata) che vive lì da vent’anni e che comincia col raccontarci la storia di questi luoghi dai tempi dei Romani, passando per la seconda guerra mondiale (in cui Roccaraso fu al centro di alcune delle più feroci vicende della Linea Gustav), fino ad arrivare ai tempi nostri: veramente un bell’excursus che ci dà un’idea della rilevanza di questa cittadina che ricordavo solo come rinomata stazione sciistica.

Successivamente ci fa visitare qualche chiesa che, onestamente, non mi dice granchè e si sforza, con grande professionalità, a trovare dei legami con personaggi e santi del passato raccontando delle storie che ci possano suggestionare. Alla fine passiamo per una mostra con belle foto della Roccaraso del passato.

Quando finiamo con la visita è già buio pesto e si sente una forte umidità. Facciamo un rapidissimo giro ai Mercatini che, comunque, sono di quantità e qualità inferiore a quelli di Campo Giove. Con Monia e Elisa concordiamo che abbiamo fatto bene a fare la visita guidata, che il giro dei chioschetti ci avrebbe lasciato troppo tempo libero che non avremmo saputo come utilizzare.

Ci prendiamo una cioccolata in un bar della piazza (meglio sempre chiedere prima i prezzi, in certi casi ci hanno riferito che sono alti) e ce ne torniamo al treno che troviamo già ripopolato: evidentemente molte persone che non hanno fatto la visita hanno preferito tornare prima al calduccio visto il freddo e il buio.

Lo stile dei vagoni di una volta

Torniamo, come da programma, per le 20 a Sulmona.

Quella dei Mercatini di Natale non è comunque l’unica esperienza che viene offerta a bordo di questo treno storico. Ed è possibile persino pensare ad un weekend partendo da Roma, rimanendo a dormire a Sulmona per poi proseguire il giorno successivo con il tratto verso Roccaraso e ulteriori fermate intermedie.

In conclusione, è stata una bella esperienza. Il prezzo del biglietto potrebbe sembrare caro (40 euro) ma bisogna considerare tutto il lavoro che c’è dietro per poter far viaggiare un treno del 1936 su una linea dismessa e l’opera di tante persone che, con amore, si dedicano a questo progetto. Il borgo di Campo di Giove merita senz’altro una visita e un applauso per come ci ha accolti. A Roccaraso, vista la sua importanza come centro di sport invernali, ci saremmo aspettati almeno di trovare un Mercatino di Natale un pochino più ricco.

Nardi e la Via Perfetta

La via perfetta, il libro postumo di Daniele Nardi scritto da Alessandra Carati su precisa richiesta dello stesso Nardi nel caso in cui non fosse più tornato dalla sua spedizione sullo sperone Mummery del Nanga Parbat è un vero pugno nello stomaco ma anche un documento importante che racconta la determinazione del primo alpinista italiano nella storia, nato al di sotto del Po, ad aver scalato l’Everest ed il K2, le due vette più alte al mondo oltre ad altri ottomila.

Questa connotazione geografica, l’essere nato a Sezze in provincia di Latina, dove le montagne più vicine al massimo arrivano ai 1500 e qualche metri del Semprevisa, lo penalizza pesantemente intanto da un punto di vista logistico visto che per scalare ad alto livello con regolarità deve perlomeno raggiungere le Alpi distanti mille chilometri e pagarsi una trasferta di almeno un paio di settimane. Ma, soprattutto, lo fa partire con una bassa credibilità nell’ambiente alpinistico dove, ai suoi primi successi, gli affibbiano il nomignolo di Romoletto un pò a sottolineare anche il suo modo di fare che poteva, superficialmente, sembrare un pò spaccone ma che derivava forse solo dal dover “sgomitare” per farsi conoscere ed apprezzare.


nasco alpinisticamente da solo

Non potendo fare la gavetta all’interno di un gruppo, di una rete di alpinisti che poco lo prendevano sul serio, lui si addestra con la dura strada delle prove e degli errori: “nasco alpinisticamente da solo“, aggiungendo che questa sarà una “tara ed una benedizione“, perchè lo aiuterà nel cercare soluzioni fuori dal convenzionale, dal prestabilito, sospinto da una tenacia e una visione ben chiara degli obbiettivi. Ne sono prova i cinque tentativi di conquista dello sperone Mummery, che, probabilmente, rimarrà a lungo una via di accesso inviolata alla cima del Nanga Parbat.

[Il Nanga Parbat (in urdu: نانگا پربت, montagna nuda), conosciuto anche come Nangaparbat Peak o Diamir (in sanscrito montagna degli dei) è un massiccio montuoso del Kashmir, in Pakistan, la cui vetta più elevata raggiunge i 8126 metri s.l.m., rappresentando la nona montagna più alta della Terra. Pur essendo molto più vicino agli ottomila del Karakorum di quanto lo sia rispetto a quelli dell’Himalaya propriamente detto, non vi fa parte per il fatto di trovarsi sul lato sud della valle dell’Indo, ed è perciò considerato l’unico ottomila del Kashmir. È il secondo ottomila (dopo l’Annapurna) per indice di mortalità, ovvero rapporto tra numero delle vittime e numero degli scalatori giunti in vetta, con un valore che si aggira intorno al 28%, tanto da essere soprannominata come the killer mountain (la montagna assassina) per l’alto numero di vittime nella sua storia alpinistica.]
[Fonte: WIkipedia]

Primo tentativo. Dopo aver scalato il Nanga Parbat nell’estate del 2008 ed aver accumulato già diversi ottomila, tra cui l’Everest, più alto di 700 metri ma anche più facile da un punto di vista tecnico, decide di tornare ad affrontarlo durante l’inverno del 2012-2013. Nel libro viene spiegato bene il motivo per cui in questa stagione nessuno ci era ancora riuscito, inclusi personaggi del calibro di Simone Moro e Denis Urubko (“il Ronaldo delle ascese invernali“) e più di altre trenta spedizioni.


lo stile alpino, uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere

E’ con Elisabeth Revol. Vorrebbero passare per la Via Kinshofer, ma sul posto si rendono conto che è molto ghiacciata e dovrebbero mettere delle corde fisse che non hanno preventivato di usare. Daniele rimane colpito dallo sperone Mummery (dal nome dell’alpinista che nell’800 tentò la sua prima ascesa rimettendoci, purtroppo, la vita), la via più breve, ma anche diritta, verticale, stupendamente tecnica ma che nasconde mille insidie. Riesce a convincere la Revol a tentarla in stile alpino, scalando, come diceva lo stesso Mummery, by fair means“, senza ossigeno supplementare, senza portatori che ti accompagnano in vetta, portandosi tutto quello che serve sulle spalle: “uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere“, scrive Nardi. Arrivano a 6450 metri ma il maltempo li blocca e decidono di ridiscendere al campo base. Ci provano una seconda volta dopo qualche giorno ma anche in questo caso sono costretti a desistere.

Secondo tentativo. Nardi è comunque soddisfatto e da questo momento in poi non farà altro che pensare allo sperone Mummery, al punto che, nonostante il tragico attentato del giugno 2013 al campo base del Nanga in cui vengono uccisi diversi apinisti, parte a fine gennaio 2014 per un tentativo addirittura in solitaria che però non si conclude positivamente a causa di una valanga originatasi dal distacco di un seracco da cui riesce a sottrarsi ma che lo induce ad abbandonare nuovamente.

Terzo tentativo. Ci ritorna nuovamente nel successivo gennaio 2015 con Roberto Delle Monache, il polacco Tomek Mackiewicz e, di nuovo, Elisabeth Revol. L’accordo è fissare dei campi insieme fino alla base dello sperone per poi valutare su quale via proseguire per raggiungere la vetta. Delle Monache, in realtà, non è in condizione e preferisce dare appoggio logistico al campo base. Nardi si presenta in ritardo rispetto all’arrivo programmato e nel frattempo la Revol e Mackiewicz hanno già proceduto con l’acclimatamento e con una perlustrazione. In base alle condizioni riscontrate, si dicono non disponibili a scalare lo sperone Mummery. Dopo aver discusso, decidono che Nardi farà una perlustrazione per accertarsi dello stato del ghiaccio e al rientro decideranno cosa fare e se, eventualmente, raggiungere la vetta tramite la Via Messner-Eisendle.

1. Via Kinshofer
2. Sperone Mummery
5. Messner, solitaria
A sinistra della 1., non indicata, la Via Messner Eisendle
[Fonte]

Nardi torna al campo base dopo una accurata ispezione che gli permette di essere ottimista sulla fattibilità di passare per il Mummery ma non trova i due che nel frattempo sono già partiti per conto loro sull’altra via. Furioso, decide di tentare lo sperone facenosi accompagnare dal Delle Monache ma, nel colpire con la picozza, si apre una voragine. Delle Monache, spaventato, decide di non proseguire e tornano al campo base. Gli altri due arrivano ad un soffio dalla vetta ma sono costretti a rinunciarci a causa del forte vento e riescono a stento a tornare al campo base per poi rientrare nei rispettivi paesi.

Nardi, rimasto da solo, ci riprova. Arriva a 6200 m dopo essere scampato all’ennesima slavina, ma alla fine, dopo aver perso tutto quello che si era portato, decide di rientrare.

Al campo base, mentre medita se prendere la strada di casa, viene contattato da Alex Txikon un forte alpinista basco che gli propone di unirsi a lui, ad un gruppo di iraniani e al pachistano Ali Sadpara per arrivare in vetta al Nanga tramite la Via Kinshofer con uno stile molto diverso da quello alpino che predilige lui basato sull’essenzialità e la leggerezza. Decide comunque di accettare perchè si tratta comunque di salire sulla cima del Nanga che rimane ancora inviolata in inverno. Predispongono tutto ma abbondanti nevicate gli impediscono di partire. Gli iraniani rinunciano e se ne vanno. Dopo qualche giorno il tempo migliora e decidono per un ultimo tentativo, lui, Txikon e Sadpara. Riescono ad arrivare a 7200 metri, nella “zona della morte“, quella in cui la scienza dice che l’uomo deve ricorrere a bombole d’ossigeno supplementare per non rischiare seriamente la propria vita, quella in cui, sempre per la mancanza di ossigeno, è molto facile perdere la lucidità.

E succede proprio che Sadpara, che conduce e che c’è già passato in estate, sbaglia ad un bivio. Tentano quindi di raggiungere la vetta attraverso un’altra via giungendo su un crinale a 7900 metri. A quel punto, inspiegabilmente (o forse si), Sadpara si gira e senza dire niente comincia a scendere. Quando gli altri due se ne accorgono è già molto lontano e decidono di rinunciare al tentativo per non lasciarlo da solo. Tornati alle tende del campo più avanzato lo vedono in grande stato confusionale e riescono, con mille difficoltà, a tornare al campo base.

Quarto tentativo. Nell’inverno del 2015-2016 Txikon, con cui nel frattempo Nardi aveva fatto tre spedizioni insieme su altre vette, lo contatta per tentare nuovamente il Nanga che continua ad essere inviolato in inverno. Ormai è diventata una vera e propria sfida che in tanti vorrebbero vincere e il campo base ospita diversi gruppi che vorrebbero diventare i primi a riuscirci. Ci sono, tra gli altri, i polacchi di Adam Bielecki, Mackiewicz e la solita Elisabeth Revol, Simone Moro e Tamara Lunger, Txikon con Nardi e Sadpara.
Nardi non vorrebbe passare per la via Kinshofer e convince Txikon di decidere se procedere per quella o per lo sperone Mummery solo quando saranno al campo base 1 che, grossomodo, può essere usato per entrambe le vie. Arrivati lì, decidono poi di tentare di passare per la Kinshofer.

Da qui in poi succedono tanti eventi sia strettamente alpinistici che, fatemi dire, “politici“, di accordi sotto banco che il libro racconta con molti dettagli ma che voglio evitare di riportare riassumendoli perchè rischierei di essere fortemente impreciso; a maggior ragione, visto che sono notizie riportate da una fonte sola, quella legata a Nardi.
Semplificando al massimo e andando direttamente al punto, succede che Moro e la Lunger rinunciano al loro tentativo su un’altra via e si accordano direttamente con Txikon (che comunque era il capo spedizione del trio con Nardi e Sadpara), senza coinvolgere Nardi se non a decisione presa, per procedere tutti e cinque insieme sulla Kinshofer che Txikon, Nardi e Sadpara stanno attrezzando con corde fisse da un mese.


se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente

Una regola non scritta dell’alpinismo dice che non si sale come se fosse niente sulle corde degli altri perchè “se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente” nel farlo. Non bisogna essere grandi alpinisti per comprenderla.
Nardi quindi non ci sta, soprattutto perchè non è stato interpellato prima, e cominciano giorni di discussioni furibonde che si concludono con il suo abbandono della spedizione e il rientro a casa. Txikon, Moro e la Lunger invece procedono. I primi due arriveranno in vetta al Nanga diventando i primi a raggiungerla in inverno. La Lunger si ferma poco prima probabilmente perchè non ancora acclimatata e, da sola, lasciata dagli altri due, torna giù conmille difficoltà.

Vale la pena leggere il libro anche in merito a questo episodio che lascia l’amaro in bocca anche al lettore oltre che al protagonista, ma invito sempre a confrontarlo con la versione riportata da Moro, leggendo, ad esempio, questa pagina.


Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.

Il libro spiega molto bene quali sono le dinamiche fondamentali all’origine della competizione esasperata tra alpinisti a questi livelli. Prima tra tutte, dover primeggiare per potersi assicurare più agevolmente i soldi di sponsor e conferenze, soldi fondamentali per pagarsi spedizioni costosissime in giro per il mondo. Nardi riassume così: “Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.”

Quinto tentativo. Dopo aver sperimentato una scalata importante e sviluppato una straordinaria intesa con l’inglese Tom Ballard, Nardi nel 2018 organizza una spedizione proprio con lui sul Nanga. L’obbiettivo è sempre quello, passare per il Mummery. A gennaio 2019 i due cominciano i tentativi per scalare lo sperone con l’esito che purtroppo tutti conosciamo. Ed è proprio di questi giorni la notizia che, purtroppo, “si è dovuto prendere atto dell’impossibilità allo stato attuale, per questioni di sicurezza, del recupero dei corpi di Daniele Nardi e di Tom Ballard“.

Sempre nel bel libro di Nardi e Carati, che consiglio di leggere, sono presenti altri frammenti di racconti delle sue spedizioni (per esempio, quella del K2 con Marco Mazzocchi della Rai) e della sua vita privata che ci presentano un Nardi tenace, preparato, sia fisicamente che tecnicamente e mentalmente. Ma anche di un vero uomo, che lotta per il suo sogno, che si strugge e si rialza, che ammette gli errori e che strepita quando si sente escluso o sottovalutato.

Per me lui ha già raggiunto la vetta nella sua vita; non è passato per lo sperone Mummery ma ha puntato direttamente più in alto.

Riposa in pace, Daniele.


Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che non si è arreso e, se non dovessi tornare, il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare, perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea… Vale la pena farlo.

In Tenda sulla Via degli Dei

Percorrere la Via degli Dei d’estate con lo zaino e dormendo in tenda. Ti racconto la mia esperienza.

La Via degli Dei, da non confondersi con il Sentiero degli Dei della Costa Amalfitana, è un percorso collega Bologna e Firenze valicando l’Appennino e che ricalca in buona parte l’antica Via Flaminia Militare costruita dai Romani nel II secolo a.C. E’ una via relativamente breve (circa 130 Km), con un dislivello non proprio banale e ideale per mettersi alla prova portandosi tenda, materassino e sacco a pelo (oltre al resto) nello zaino. In questo articolo racconto la mia personle esperienza.

Sono partito da solo, il che non è un’ottima idea quando si pensa di viaggiare in tenda visto che questo significa non poter condividere il peso relativo con altre persone. Avevo comunque una tenda leggera, anzi, per la precisione una leggerissima tendamaca che parte per essere un’amaca, coperta, e può trasformasi in un bivy, un piccolo riparo da utilizzare a terra se non si hanno a disposizione degli alberi o dei pali a cui appendere l’amaca. E’ la DD SuperLight Jungle Hammock, che prima o poi recensirò su questo blog, che pesa circa 1,5 Kg.

Come materassino ho utilizzato il Trek700 Short di Decathlon puntando sul suo volume e peso ridotto (350 gr). E’ più corto di quelli tradizionali ma nel mio caso era sufficiente a coprirmi dal fondoschiena alla testa.

Sono partito ai primi di Agosto del 2018, in un periodo caldissimo in cui i telegiornali indicavano Bologna e Firenze come tra le 10 città più calde d’Italia. Ho quindi scelto di portarmi un sacco a pelo non particolarmente caldo optando per un Forclaz Trek 500 15° Light di Decathlon che risulta poco voluminoso e leggero (circa 700 gr).

Sono riuscito a far entrare tutto il necessario inclusivo di tenda, materassino e sacco a pelo in uno zaino di 60 litri senza dover appendere niente al di fuori. L’esigenza di portarmi dell’attrezzatura fotografica e powerbank per la ricarica ha portato il peso complessivo a circa 13 Kg, cibo e bevande escluse. Essendo comunque un carico notevole (e spero riusciate a fare meglio di me alleggerendolo il più possibile), ho adottato alcune strategie.

La prima è stata quella di svegliarsi presto la mattina e sfruttare il più possibile le ore più fresche per macinare quanti più chilometri possibile. Dalle 12.30 alle 14.30 circa mi sono sempre riposato stendendo l’amaca al fresco.

La seconda è stata quella di pianificare al meglio l’utilizzo e l’approvigionamento dell’acqua che purtroppo è scarsa lungo il percorso. Avevo la possibilità di caricare due litri e mezzo ma, considerando l’equivalenza tra litri e Kg, mi sono subito reso conto che sarebbe stato un aggravio insopportabile per le mie spalle. Ecco perchè ho incluso una mappa con le fonti che ho trovato lungo il mio percorso (alcune non sono presenti nella Guida alla Via degli Dei di Frignani che ho preso come riferimento).

Di seguito riporto le tappe, alcune note e soprattutto i punti in cui ho pernottato in tenda (amaca).

Nell’Aprile 2020 ho anche organizzato una diretta Facebook con gli amici di Famo du passi e poi tornamo per confrontare le nostre esperienze di trekking con la Tenda su questa Via. Trovate il resoconto in questo mio articolo.

1° TAPPA – DA BOLOGNA A BRENTO

Consiglio di dormire a Bologna la sera prima in modo da poter partire presto la mattina. Si parte da Piazza Maggiore e si procede in piano fino ad arrivare al portico di San Luca che, su gradini in salita, arriva all’omonimo Santuario. Non arrivate troppo presto lì in cima se intendete visitarlo perchè il cancello apre solo alle 7.00.

Da li si scende nel Parco della Chiusa che costeggia il Reno e dopo un pò ci sidirige verso la Riserva Contrafforte Pliocenico. La variante che prevede salita al Monte Adone è impegnativa ma ne vale assolutamente la pena.

A Brento potete accamparvi al Circolo Monte Adone che mette a disposizione, in maniera del tutto gratuita, uno spazio erboso e con alberi per le tende e gli spogliatoi, sempre aperti, con doccia (fredda) nel retro. C’è anche un bar che osserva turni di apertura (informarsi per gli orari al 335 65 70 101) e dove sarebbe doveroso consumare qualcosa per ringraziare di tanta ospitalità. Dal prato si accede con una scaletta alla strada e ci si trova nelle immediate vicinanze della Vecchia Trattoria Monte Adone dove ho cenato splendidamente senza svenarmi.

2° TAPPA – DA BRENTO A MADONNA DEI FORNELLI

A Madonna dei Fornelli ci sono ben due possibilità. La prima è di piantare le tende dal B&B Romani; dai commenti generali, mi sembrano molto accoglienti ma non ho avuto modo di verificare di persona. La seconda, quella che ho scelto io, è di accamparsi nello spazio messo a disposizione dall’Albergo Poli: un bel prato, ampio e con un casottino con una toilet e una doccia con acqua calda e con possibilità di mettere l’amaca tra gli alberi. E’ gratuito e viene solo richiesto di fare una consumazione al loro bar. Ottimo anche il loro ristorante dove ho mangiato una fantastica tagliata.

3° TAPPA – DA MADONNA DEI FORNELLI A MONTE DI FO’

Sinceramente, la deviazione proposta al Passo della Futa per andare a vedere un tratto della Flaminia Militare sul Monte Poggione non vale la pena dello sforzo. A me non ha colpito in maniera particolare o, almeno, non più degli altri tratti che si percorrono prima nel bosco. A maggior ragione se poi si va a campeggiare da Il Sergente come ho fatto io (costo 10 euro). Quello è un camping super affollato d’estate di roulotte e casette con poco spazio a disposizione per chi campeggia e nessun albero per appendere un’amaca. E’ vero però che c’è una piccola piscina che potrebbe alleviare le fatiche (tante) della giornata e che i Servizi igenici sono decorosi. Per pranzo e cena c’è una doppia possibilità: al camping (provato – discreto ma inferiore ai precedenti) oppure al ristorante dell’Albergo subito accanto.

L’alternativa al camping il Sergente è il Camping della Futa, poco prima del passo della Futa e del Cimitero MIlitare Germanico ma non ho pareri diretti o indiretti da riportare al momento. Dovessi mai rifare la Via degli Dei in tenda credo che passerò di lì.

4° TAPPA – DA MONTE DI FO’ A SAN PIERO A SIEVE

Consiglio di fare la deviazione per Sant’Agata. Allungherete un pò ma avrete la possibilità di rifocillarvi al bel bar di questo paesino e di usufruire del piccolo market al suo interno che mi è sembrato ben rifornito.

Ripresa la strada, dopo pochi chilometri, si incontra sulla sinistra La Sosta degli Dei, un’area attrezzata che mi sarebbe piaciuto verificare ma che purtroppo apriva solo dal giorno dopo il mio passaggio.

A San Piero a Sieve per attendarsi non c’è scelta: Camping Village Mugello Verde. Per arrivarci occorre una deviazione che ci allontana dal paese di un chilometro e mezzo ma ne vale la pena: piscina, ristorante, Servizi al top, spazio abbondante per tende e amache, verde dappertutto… un posto veramente carino che, chiaramente, si fa pagare (una piazzola e una persona fanno 18 euro). Al ristorante interno si mangia bene pagando il giusto. La mattina si può uscire da un cancelletto (vengono fornite le chiavi) che da direttamente sulla Via degli Dei permettendo di raggiungere il centro se uno vuole visitare San Piero a Sieve e di recuperare la fatica della deviazione del giorno prima.

5° TAPPA – DA SAN PIERO A SIEVE A FIRENZE

Ho deciso di fare questa lunga tappa (più di 40 km incluse deviazioni!) invece di spezzarla, come suggerito dalla Guida di Frignani, in due. Il motivo è che non ho trovato campeggi o punti sosta comodi a circa metà del percorso. E’ una tappa dura anche per gli approvigionamenti di acqua e cibo, motivo per cui ho deciso di fare la deviazione all’Hotel Ristorante Dino a Olmo. Non mi hanno potuto servire il pranzo (il ristorante è aperto solo a cena e non il mercoledì) ma, gentilmente, mi hanno preparato un panino e mi hanno raccontato che è possibile mettersi d’accordo con un proprietario in zona per piantare le tende venendosi poi a fare la doccia e cenare da loro. Se non vi volete sfiancare (è stata veramente dura) provate a fargli uno squillo al 055 54 89 32 e fatevi consigliare.

Altra possibilità entrando in Fiesole è il Camping Village Panoramico Fiesole di cui però non ho notizie.

E se partite da soli, non abbiate paura: sicuramente incontrerete amici lungo il cammino!