Nardi e la Via Perfetta

La via perfetta, il libro postumo di Daniele Nardi scritto da Alessandra Carati su precisa richiesta dello stesso Nardi nel caso in cui non fosse più tornato dalla sua spedizione sullo sperone Mummery del Nanga Parbat è un vero pugno nello stomaco ma anche un documento importante che racconta la determinazione del primo alpinista italiano nella storia, nato al di sotto del Po, ad aver scalato l’Everest ed il K2, le due vette più alte al mondo oltre ad altri ottomila.

Questa connotazione geografica, l’essere nato a Sezze in provincia di Latina, dove le montagne più vicine al massimo arrivano ai 1500 e qualche metri del Semprevisa, lo penalizza pesantemente intanto da un punto di vista logistico visto che per scalare ad alto livello con regolarità deve perlomeno raggiungere le Alpi distanti mille chilometri e pagarsi una trasferta di almeno un paio di settimane. Ma, soprattutto, lo fa partire con una bassa credibilità nell’ambiente alpinistico dove, ai suoi primi successi, gli affibbiano il nomignolo di Romoletto un pò a sottolineare anche il suo modo di fare che poteva, superficialmente, sembrare un pò spaccone ma che derivava forse solo dal dover “sgomitare” per farsi conoscere ed apprezzare.


nasco alpinisticamente da solo

Non potendo fare la gavetta all’interno di un gruppo, di una rete di alpinisti che poco lo prendevano sul serio, lui si addestra con la dura strada delle prove e degli errori: “nasco alpinisticamente da solo“, aggiungendo che questa sarà una “tara ed una benedizione“, perchè lo aiuterà nel cercare soluzioni fuori dal convenzionale, dal prestabilito, sospinto da una tenacia e una visione ben chiara degli obbiettivi. Ne sono prova i cinque tentativi di conquista dello sperone Mummery, che, probabilmente, rimarrà a lungo una via di accesso inviolata alla cima del Nanga Parbat.

[Il Nanga Parbat (in urdu: نانگا پربت, montagna nuda), conosciuto anche come Nangaparbat Peak o Diamir (in sanscrito montagna degli dei) è un massiccio montuoso del Kashmir, in Pakistan, la cui vetta più elevata raggiunge i 8126 metri s.l.m., rappresentando la nona montagna più alta della Terra. Pur essendo molto più vicino agli ottomila del Karakorum di quanto lo sia rispetto a quelli dell’Himalaya propriamente detto, non vi fa parte per il fatto di trovarsi sul lato sud della valle dell’Indo, ed è perciò considerato l’unico ottomila del Kashmir. È il secondo ottomila (dopo l’Annapurna) per indice di mortalità, ovvero rapporto tra numero delle vittime e numero degli scalatori giunti in vetta, con un valore che si aggira intorno al 28%, tanto da essere soprannominata come the killer mountain (la montagna assassina) per l’alto numero di vittime nella sua storia alpinistica.]
[Fonte: WIkipedia]

Primo tentativo. Dopo aver scalato il Nanga Parbat nell’estate del 2008 ed aver accumulato già diversi ottomila, tra cui l’Everest, più alto di 700 metri ma anche più facile da un punto di vista tecnico, decide di tornare ad affrontarlo durante l’inverno del 2012-2013. Nel libro viene spiegato bene il motivo per cui in questa stagione nessuno ci era ancora riuscito, inclusi personaggi del calibro di Simone Moro e Denis Urubko (“il Ronaldo delle ascese invernali“) e più di altre trenta spedizioni.


lo stile alpino, uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere

E’ con Elisabeth Revol. Vorrebbero passare per la Via Kinshofer, ma sul posto si rendono conto che è molto ghiacciata e dovrebbero mettere delle corde fisse che non hanno preventivato di usare. Daniele rimane colpito dallo sperone Mummery (dal nome dell’alpinista che nell’800 tentò la sua prima ascesa rimettendoci, purtroppo, la vita), la via più breve, ma anche diritta, verticale, stupendamente tecnica ma che nasconde mille insidie. Riesce a convincere la Revol a tentarla in stile alpino, scalando, come diceva lo stesso Mummery, by fair means“, senza ossigeno supplementare, senza portatori che ti accompagnano in vetta, portandosi tutto quello che serve sulle spalle: “uno stile leggero, diretto, pulito, così puro da essere quasi un ideale a cui tendere“, scrive Nardi. Arrivano a 6450 metri ma il maltempo li blocca e decidono di ridiscendere al campo base. Ci provano una seconda volta dopo qualche giorno ma anche in questo caso sono costretti a desistere.

Secondo tentativo. Nardi è comunque soddisfatto e da questo momento in poi non farà altro che pensare allo sperone Mummery, al punto che, nonostante il tragico attentato del giugno 2013 al campo base del Nanga in cui vengono uccisi diversi apinisti, parte a fine gennaio 2014 per un tentativo addirittura in solitaria che però non si conclude positivamente a causa di una valanga originatasi dal distacco di un seracco da cui riesce a sottrarsi ma che lo induce ad abbandonare nuovamente.

Terzo tentativo. Ci ritorna nuovamente nel successivo gennaio 2015 con Roberto Delle Monache, il polacco Tomek Mackiewicz e, di nuovo, Elisabeth Revol. L’accordo è fissare dei campi insieme fino alla base dello sperone per poi valutare su quale via proseguire per raggiungere la vetta. Delle Monache, in realtà, non è in condizione e preferisce dare appoggio logistico al campo base. Nardi si presenta in ritardo rispetto all’arrivo programmato e nel frattempo la Revol e Mackiewicz hanno già proceduto con l’acclimatamento e con una perlustrazione. In base alle condizioni riscontrate, si dicono non disponibili a scalare lo sperone Mummery. Dopo aver discusso, decidono che Nardi farà una perlustrazione per accertarsi dello stato del ghiaccio e al rientro decideranno cosa fare e se, eventualmente, raggiungere la vetta tramite la Via Messner-Eisendle.

1. Via Kinshofer
2. Sperone Mummery
5. Messner, solitaria
A sinistra della 1., non indicata, la Via Messner Eisendle
[Fonte]

Nardi torna al campo base dopo una accurata ispezione che gli permette di essere ottimista sulla fattibilità di passare per il Mummery ma non trova i due che nel frattempo sono già partiti per conto loro sull’altra via. Furioso, decide di tentare lo sperone facenosi accompagnare dal Delle Monache ma, nel colpire con la picozza, si apre una voragine. Delle Monache, spaventato, decide di non proseguire e tornano al campo base. Gli altri due arrivano ad un soffio dalla vetta ma sono costretti a rinunciarci a causa del forte vento e riescono a stento a tornare al campo base per poi rientrare nei rispettivi paesi.

Nardi, rimasto da solo, ci riprova. Arriva a 6200 m dopo essere scampato all’ennesima slavina, ma alla fine, dopo aver perso tutto quello che si era portato, decide di rientrare.

Al campo base, mentre medita se prendere la strada di casa, viene contattato da Alex Txikon un forte alpinista basco che gli propone di unirsi a lui, ad un gruppo di iraniani e al pachistano Ali Sadpara per arrivare in vetta al Nanga tramite la Via Kinshofer con uno stile molto diverso da quello alpino che predilige lui basato sull’essenzialità e la leggerezza. Decide comunque di accettare perchè si tratta comunque di salire sulla cima del Nanga che rimane ancora inviolata in inverno. Predispongono tutto ma abbondanti nevicate gli impediscono di partire. Gli iraniani rinunciano e se ne vanno. Dopo qualche giorno il tempo migliora e decidono per un ultimo tentativo, lui, Txikon e Sadpara. Riescono ad arrivare a 7200 metri, nella “zona della morte“, quella in cui la scienza dice che l’uomo deve ricorrere a bombole d’ossigeno supplementare per non rischiare seriamente la propria vita, quella in cui, sempre per la mancanza di ossigeno, è molto facile perdere la lucidità.

E succede proprio che Sadpara, che conduce e che c’è già passato in estate, sbaglia ad un bivio. Tentano quindi di raggiungere la vetta attraverso un’altra via giungendo su un crinale a 7900 metri. A quel punto, inspiegabilmente (o forse si), Sadpara si gira e senza dire niente comincia a scendere. Quando gli altri due se ne accorgono è già molto lontano e decidono di rinunciare al tentativo per non lasciarlo da solo. Tornati alle tende del campo più avanzato lo vedono in grande stato confusionale e riescono, con mille difficoltà, a tornare al campo base.

Quarto tentativo. Nell’inverno del 2015-2016 Txikon, con cui nel frattempo Nardi aveva fatto tre spedizioni insieme su altre vette, lo contatta per tentare nuovamente il Nanga che continua ad essere inviolato in inverno. Ormai è diventata una vera e propria sfida che in tanti vorrebbero vincere e il campo base ospita diversi gruppi che vorrebbero diventare i primi a riuscirci. Ci sono, tra gli altri, i polacchi di Adam Bielecki, Mackiewicz e la solita Elisabeth Revol, Simone Moro e Tamara Lunger, Txikon con Nardi e Sadpara.
Nardi non vorrebbe passare per la via Kinshofer e convince Txikon di decidere se procedere per quella o per lo sperone Mummery solo quando saranno al campo base 1 che, grossomodo, può essere usato per entrambe le vie. Arrivati lì, decidono poi di tentare di passare per la Kinshofer.

Da qui in poi succedono tanti eventi sia strettamente alpinistici che, fatemi dire, “politici“, di accordi sotto banco che il libro racconta con molti dettagli ma che voglio evitare di riportare riassumendoli perchè rischierei di essere fortemente impreciso; a maggior ragione, visto che sono notizie riportate da una fonte sola, quella legata a Nardi.
Semplificando al massimo e andando direttamente al punto, succede che Moro e la Lunger rinunciano al loro tentativo su un’altra via e si accordano direttamente con Txikon (che comunque era il capo spedizione del trio con Nardi e Sadpara), senza coinvolgere Nardi se non a decisione presa, per procedere tutti e cinque insieme sulla Kinshofer che Txikon, Nardi e Sadpara stanno attrezzando con corde fisse da un mese.


se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente

Una regola non scritta dell’alpinismo dice che non si sale come se fosse niente sulle corde degli altri perchè “se lo fai hai saltato tre quarti del lavoro e sei anche facilitato dal fatto che non ti sei consumato fisicamente” nel farlo. Non bisogna essere grandi alpinisti per comprenderla.
Nardi quindi non ci sta, soprattutto perchè non è stato interpellato prima, e cominciano giorni di discussioni furibonde che si concludono con il suo abbandono della spedizione e il rientro a casa. Txikon, Moro e la Lunger invece procedono. I primi due arriveranno in vetta al Nanga diventando i primi a raggiungerla in inverno. La Lunger si ferma poco prima probabilmente perchè non ancora acclimatata e, da sola, lasciata dagli altri due, torna giù conmille difficoltà.

Vale la pena leggere il libro anche in merito a questo episodio che lascia l’amaro in bocca anche al lettore oltre che al protagonista, ma invito sempre a confrontarlo con la versione riportata da Moro, leggendo, ad esempio, questa pagina.


Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.

Il libro spiega molto bene quali sono le dinamiche fondamentali all’origine della competizione esasperata tra alpinisti a questi livelli. Prima tra tutte, dover primeggiare per potersi assicurare più agevolmente i soldi di sponsor e conferenze, soldi fondamentali per pagarsi spedizioni costosissime in giro per il mondo. Nardi riassume così: “Il passo per trasformarci in cannibali, pronti ad uccidere per diventare i numeri uno, è breve. E così finiamo per essere al tempo stesso grandi uomini e grandi miserabili. Quanto a miserie, ognuno ha le proprie.”

Quinto tentativo. Dopo aver sperimentato una scalata importante e sviluppato una straordinaria intesa con l’inglese Tom Ballard, Nardi nel 2018 organizza una spedizione proprio con lui sul Nanga. L’obbiettivo è sempre quello, passare per il Mummery. A gennaio 2019 i due cominciano i tentativi per scalare lo sperone con l’esito che purtroppo tutti conosciamo. Ed è proprio di questi giorni la notizia che, purtroppo, “si è dovuto prendere atto dell’impossibilità allo stato attuale, per questioni di sicurezza, del recupero dei corpi di Daniele Nardi e di Tom Ballard“.

Sempre nel bel libro di Nardi e Carati, che consiglio di leggere, sono presenti altri frammenti di racconti delle sue spedizioni (per esempio, quella del K2 con Marco Mazzocchi della Rai) e della sua vita privata che ci presentano un Nardi tenace, preparato, sia fisicamente che tecnicamente e mentalmente. Ma anche di un vero uomo, che lotta per il suo sogno, che si strugge e si rialza, che ammette gli errori e che strepita quando si sente escluso o sottovalutato.

Per me lui ha già raggiunto la vetta nella sua vita; non è passato per lo sperone Mummery ma ha puntato direttamente più in alto.

Riposa in pace, Daniele.


Mi piacerebbe essere ricordato come un ragazzo che ha provato a fare una cosa incredibile, impossibile, che non si è arreso e, se non dovessi tornare, il messaggio che arriva a mio figlio sia questo: non fermarti non arrenderti, datti da fare, perché il mondo ha bisogno di persone migliori che facciano sì che la pace sia una realtà e non soltanto un’idea… Vale la pena farlo.

Verde brillante, quello che le piante sentono

4 AGO, 2017 in Articoli Libri di Agostino Anfossi

Verde brillante è un libro fondamentale sulla comprensione del mondo vegetale. Frutto della collaborazione di Stefano Mancuso e Alessandra Viola. Giornalista e divulgatrice scientifica, lei; Mancuso è scienziato di prestigio mondiale e autore di centinaia di articoli sulla neurobiologia vegetale tanto da essere indicato nel 2012 dal quotiiano La Repubblica come uno tra i 20 italiani destinati a cambiarci la vita.

E in effetti, questo libro aiuta a cambiare la usuale prospettiva, quella antropocentrica, che vede l’uomo come essere vivente più importante che esista: basterebbe solo pensare, per cominciare, che il regno vegetale rappresenta più del 99% della biomassa presente sulla Terra, lasciando a tutto cio che resta e che definiamo “vivente” (animali e esseri umani compresi) meno di un punto percentuale.

Ma poi, cosa vuol dire “importante”? Le piante ci forniscono l’ossigeno a noi indispensabile e sono all’origine della catena alimentare e persino dei combustibili fossili (carbone, idrocarburi, gas,..) accumulati, nel corso delle ere geologiche, attraverso il processo della fotosintesi agendo, come affermava un botanico russo tra l’800 e il ‘900, come “anello di congiunzione tra la Terra e il Sole”. Senza poi parlare dei loro rinomati effetti rilassanti e farmacologici.

Il libro entra, però, anche in alcuni aspetti più sottili addentrandosi a spiegare come, a loro modo, le piante siano dotate di tutti i sensi. Sono, infatti, in grado di percepire odori e perfino di emetterli e di utilizzarli come parole di un loro linguaggio che utilizzano, ad esempio, con i loro insetti impollinatori. Possono “gustare” sondando il terreno alla ricerca di nutrienti importanti e percepire stimoli visivi riconoscendo la quantità e qualità della luce. Sono in grado di “tastare” e aggirare gli ostacoli e possono anche udire, cosa dimostrata anche da un esperimento durato diversi anni e condotto presso un viticoltore di Montalcino che ha visto le sue viti sottoposte ad un trattamento musicale arrivare prima a maturazione e produrre un’uva più ricca di sapore e polifenoli.

Altri spunti mi hanno definitivamente fatto innamorare di questo libro. In uno di questi vengono paragonate a Arpanet, la “Internet” ante-litteram, ideata e strutturata in modo ridondante (più di un percorso permette di congiungere due punti della rete) per consentire di permettere la comunicazione anche in caso di attacco a più nodi. Le piante, infatti, non hanno organi singoli specifici come negli umani e possono resistere (entro certi limiti ovviamente) alla predazione o amputazione ricostruendo la parte mancante.

L’altro capitolo da non perdere assolutamente è quello della riproduzione, affrontato in un’ottica di evoluzione dando una spiegazione ai raffinati meccanismi adottati per massimizzare le possibilità di successo, quegli stessi che abbiamo studiato meccanicamente a scuola meccanicamente senza che ci fosse fornito il contesto globale.

Infine si valuta l’intelligenza delle piante, tema già caro a Darwin, lasciando il lettore con un accenno sugli interessanti studi compiuti da scienziati anche italiani (si legga in proposito questo bell’articolo del National Geographic) che stanno pensando a una nuova generazione di robot basati proprio sulle capacità di monitoraggio e intelligenza che si trovano (udite, udite) nelle radici delle piante.

 

Siamo ancora sicuri che “vegetare”, “essere un vegetale” esprima una condizione ridotta di vita?

 

Senza di loro, la vita dell’uomo non durerebbe più di qualche mese; loro invece potrebbero, senza di noi, nel giro di pochi anni riprendere possesso di tutto il territorio e cancellare quasi ogni traccia di noi nel giro di qualche secolo.

In quest’estate 2017, in cui sembra quasi incredibile che ci siano dei miserabili furfanti che per una questione di appalti, di spicci per l’opera da volontario di pompiere (solo pochi accertati, per fortuna, non va criticata l’opera di tantissimi meritevoli) o di vendette nel mondo del racket della prostituzione (come pare emergere dalla distruzione della pineta di castelfusano), questo libro commuove e rende ancora più coscienti degli scempi che sono stati perpetrati a loro (e nostro!) danno.

Se volete approfondire questi argomenti ascoltando direttamente l’autore, su YouTube trovate molti video, tra cui questo