Circeo chiuso. Solo una questione di scarpe da trekking?

Quest’anno, vista l’esplosione del fenomeno trekking, sono aumentate a dismisura le richieste di soccorso dovute, in gran parte, alla inesperienza e superficialità di chi pensa che si tratti solo di un pò di impegno fisico.
Al Circeo hanno chiuso dei sentieri a causa dell’elevato numero (e costo) di interventi di salvataggio limitando l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”.
Hanno fatto bene oppure no?

Il Circeo è da sempre uno dei miei luoghi preferiti, sia come guida che come semplice escursionista. Non è lontano da casa e si può frequentare, in modalità diverse, tutto l’anno donando sempre emozioni fortissime grazie al suo connubio tra mare e montagna. In media ci vado una volta ogni due mesi, con gruppi o per conto mio, e ritengo, quindi, di conoscerlo bene.

Ci sono percorsi tutto sommato semplici come la salita dal Faro al Monte Circello, sentieri un pochino più impegnativi come il 754 delle Mura Ciclopiche e traversate ben più complesse come il 750, Sentiero del Picco di Circe. Ma come si misura e cosa si intende per “impegnativi”? In fin dei conti qualche chilometro e circa 500 metri di dislivello sono qualcosa alla portata di una buona fetta di popolazione giovane o che si mantiene attiva. Ad esempio, il tratto del sentiero 750 che porta sul picco da Torre Paola è lungo nemmeno 3 km e con poco più di 500 metri di dislivello; se si vuole diminuire la salita ci si può arrivare anche dalle Crocette aumentando di pochissimo la lunghezza. Con numeri così, chiunque sarebbe tentato di arrivare su in cima per godersi il fantastico panorama. Ecco, appunto, chiunque. E così, soprattutto d’estate, bagnanti annoiati decidono di intraprendere l’ascesa senza essere consapevoli che non esiste un comodo sentiero per arrivare in cima; non sanno, o forse lo sottovalutano, che c’è un percorso ripido, scosceso, dove bisogna anche utilizzare le mani, con punti esposti, dove scivolare comporta lesioni gravi, dove molti hanno perso la vita (persino un forestale) e in cui la maggior parte delle volte il soccorso viene prestato tramite un elicottero perchè le squadre di soccorso hanno difficoltà a portare giù qualcuno da lì.

Sono stato lo scorso 10 Agosto con un gruppo selezionato (solo persone con un certo livello di esperienza e determinazione) per rimanere a bivaccare sul picco di Circe tra il tramonto e l’alba. Ad un certo punto, col sole che stava tramontando, vedo due ragazzi raggiungerci. Lui in camicetta di lino bianca; lei in costumino e vestitino da spiaggia. Scarpe da ginnastica, nessuno zainetto, nessuna bottiglia d’acqua, solo il cellulare tra le mani per i selfie che dovevano testimoniare il bel momento. Lui mi chiede come si torna giù a Torre Paola. Prego? Sta per fare buio e voi vorreste tornare per un sentiero più veloce che qualcuno vi ha detto che “dovrebbe” esistere? Lei tremava, poverina, dalla paura. Gli dico che sarebbe meglio se restassero con noi, se affrontassero la discesa insieme il giorno dopo; niente, volevano ripartire subito, che avevano degli “impegni”. Alla fine sono discesi per la direttissima (vietata già da qualche tempo) e ce l’hanno comunque fatta anche se, tramite whatsapp, mi hanno scritto che avevano sbagliato (e ti credo, col buio, nel bosco e senza conoscere il percorso) e tagliando tra gli arbusti si erano ritrovati sulla statale.

Tornando la mattina abbiamo trovato anche altri neo-escursionisti. Ricordo una coppia. Lui con cappello-ombrellino da festa in discoteca, lei con zaino minuscolo, molto più piccolo della camera fotografica che portava appesa al collo, probabilmente senza acqua. Poco dopo vediamo un padre con due figli piccoli, obesi, che sbuffano perchè proprio non gli andava. L’anno scorso una famigliola nelle stesse condizioni si è persa (e nella boscaglia del picco è un attimo) e sono dovuti venirla a cercare perchè nessuno di loro sapeva comunicare la posizione e li hanno trovati spaventati e disidratati.
Tutti con le scarpe da ginnastica. Tutti, dal primo all’ultimo. Ma è solo questo il problema? Le scarpe? Se le avessero avute da trekking avrei avuto un’opinione diversa di loro?

Chi mi conosce sà della mia passione per le five fingers che tutto sono tranne che scarpe da trekking. Sono completamente destrutturate, ancora meno protettive e di sostegno di quelle da ginnastica. Sul picco di Circe le uso solo quando vado da solo, mai coi guppi perchè non voglio dare il cattivo esempio. Le uso consapevolmente: so che aumento il livello di rischio di prendermi una slogatura che potrebbe anche causare una scivolata inopportuna ma, dall’altro lato, la maggiore sensibilità e velocità di reazione che ottengo mi permette una maggiore stabilità ed equilibrio che so sfruttare a mio favore. Non solo, conosco perfettamente le mie capacità e il percorso, cosa che mi consente di osare un pò di più, in maniera consapevole.

Il punto è tutto qui. Non è che se non hai le scarpe da trekking non ce la puoi fare. Non è che se non ti porti lo zaino con cibo e acqua non ci puoi arrivare. Non è che se vai col costumino e il pareo non riesci a salire sul picco. Ma, così, ti esponi ad un rischio enorme; se, oltretutto, ti manca esperienza e conoscenza del percorso, la probabilità che ti possa fare veramente del male e che ti debbano venire a prendere è altissima e intollerabile per te e per la comunità.

A questo punto, bene fa il comune a chiudere, intanto, i sentieri più impegnativi del Circeo (in realtà ne ha chiusi anche di semplici) per evitare escursionisti improvvisati .

Non può essere però una chiusura definitiva; si devono interrogare su cosa non abbia funzionato e prendere provvedimenti, perchè non è nemmeno giusto incidere su tutti, anche su chi affronta consapevolmente e con preparazione quei percorsi. Se, ad esempio, ci sono tante persone che si buttano dal ponte di Ariccia (purtroppo è stato così nel passato) non si può pensare di chiuderlo a tutti per evitarlo ma bisogna trovare dei dissuasori.

Le amministrazioni pubbliche devono uscire dalla logica che è più facile vietare che gestire. Ad esempio, tanto per cominciare, potrebbero installare enormi cartelli che avvisino delle difficoltà e rendano maggiormente consapevoli dei rischi e mantenere, per un certo periodo – mica per sempre – un presidio di carabinieri forestali all’ingresso del sentiero che faccia un minimo da filtro.

C’è alla base sicuramente un problema di comunicazione: passa il messaggio che il picco regala un panorama fantastico, che si raggiunge in un tempo ragionevole e con non eccessivo sforzo fisico ma non che richiede discreta esperienza e un minimo di attrezzatura e che è altamente rischioso. Il comune e il parco hanno deciso che consentiranno l’accesso solo a chi è accompagnato da “guida esperta”. Ottimo, immagino e auspico che questo non significhi necessariamente un professionista da pagare (sono io il primo a non volerlo!) ma come si riconosce o certifica questa esperienza? Gli faranno domande specifiche? Oppure li multeranno solo se richiedono aiuto e si scopre che non erano adeguati? Oppure semplicemente vedranno se hanno le scarpe da trekking, come se queste, da sole, come la mascherina col covid, siano la panacea di tutti i mali?

Oppure sarà solo un modo per far organizzare le escursioni solo a chi dicono loro anche sui sentieri più semplici del Circeo? L’emergenza in Italia, lo sappiamo bene, porta danari.

Ripartire o no con le escursioni GoTrek di gruppo?

C’ho pensato a lungo se fosse sensato ripartire a condurre gruppi in escursione e mi sono posto molte domande da quando siamo entrati in questa nuova fase (la 2bis o 3, comunque quella del 18 Maggio 2020).

Le risposte che ho trovato arrivano dopo essermi confrontato con AIGAE e con colleghi di altre associazioni. E alla fine mi sono convinto che si può, pur con le dovute cautele.

Vi risparmio i dettagli su leggi, decreti e ordinanze da azzeccagarbugli ma vi basti sapere che, come sempre, saranno scrupolosamente seguite e che la Regione Lazio ha appena emesso un’ordinanza che consente, esplicitamente, di condurre gruppi in escursione. Vorrei invece dedicare tempo a punti più importanti.

La problematica relativa ai protocolli di sicurezza da adottare è stata studiata attentamente da tutti gli attori (guide, associazioni, parchi) e, pur con qualche differenza di punto di vista e qualche estremizzazione, ormai si tende a convergere verso uno schema che è quello che troverete a questo link e che rispecchia il mio futuro modo di operare.

Le parole d’ordine, basate comunque sulla Sicurezza, saranno: rispetto, gradualità, flessibilità

Rispetto. Quello che dobbiamo avere l’uno per l’altro. La mascherina ci può piacere o meno, la possiamo ritenere utile o meno, ma se viene data una regola valida per il gruppo, tutti la devono seguire perchè se non l’applichiamo tutti siamo più deboli. E altrettanto dobbiamo fare con le altre regole perchè l’esperienza di questo periodo ci dovrebbe aver insegnato che non bisogna dare niente per scontato ma adottare la massima prudenza.

Gradualità nel ripartire, nel numero, nell’impegno fisico e nella difficoltà.

Nel numero. Non passo certo per uno di quelli che facevano grupponi smisurati (pur avendone avuta la possibilità in molti casi) e non potete immaginare quante persone si sono offese quando veniva detto loro che il gruppo era al completo. Quasi fosse una questione personale e non considerando che per me era un mancato guadagno. Non me ne dolgo. Chi l’ha fatto probabilmente non rientrava nello spirito GoTrek che in questi anni ho cercato di instillare. Bene, adesso quel numero sarà inizialmente ancora minore, mi aspetto un’ulteriore selezione di gente che passa e se ne va. Amen!

Nell’impegno fisico e nella difficoltà. La distanza fisica (smettiamola di chiamarla sociale) implica che devo ridurre, se non azzerare, i miei interventi di supporto (ad esempio, quando si guada un torrentello o quando c’è un masso da scavalcare), che richiedono un contatto fisico, fosse solo anche una mano che si protende. Non solo, devo anche limitare ancor di più le residue probabilità di farsi male perchè nella situazione attuale capite bene che anche solo una storta rappresenta una ulteriore complicazione.

Come intendo farlo finchè la situazione non migliora definitivamente?

Partirò con un’escursione con un gruppo pre-costituito molto contenuto nel numero che servirà per “oliare” il protocollo di sicurezza per il covid-19 (che poi sarà utile comunque utilizzare nel futuro come buona prassi di igiene).

Le escursioni successive saranno inizialmente di difficoltà media e impegno fisico più basse che nel passato cercando di focalizzarsi ancor di più sulle sensazioni, sull’esperienza che non è solo la conquista di una cima ma la condivisione di conoscenze e di emozioni con me e tutti i partecipanti.

Valuterò anche la possibilità di fare escursioni di sola mezza giornata, dando, magari, indicazioni su come sfruttare utilmente e piacevolmente l’altra mezza scoprendo il territorio.

Privilegerò il più possibile percorsi vicini a Roma, la città in cui buona parte di voi abita.

Infine la flessibilità.

Sarò rigido nel fare applicare queste regole ma flessibile nel cambiarle in un senso o nell’altro a seconda dell’evoluzione della situazione, dello stato di conoscenze, delle disposizioni e del comportamento dei partecipanti.

E non escludo niente. Nemmeno interrompere di nuovo se vedrò che non andiamo nella direzione giusta, quella dell’esperienza che arricchisce, della Sicurezza e della socialità che eravamo riusciti a raggiungere prima di questo maledetto momento.

Buoni passi a tutti!

Regole di partecipazione relative al COVID-19

18 MAG, 2020 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Cari Amici Partecipanti, di seguito troverete le regole che, come GoTrek, adotteremo nelle nostre attività outdoor relativamente alla attuale diffusione del COVID-19.

Sono state elaborate a partire da quelle emanate dalla “Commissione Tecnico-Scientifica e Formazione” di AIGAE (Associazione Italiana Guide Ambientali Escursionistiche) e tenendo conto dei DPCM e delle ordinanze regionali. Sebbene a qualcuno potranno sembrare esagerate, vi assicuriamo che sono state messe a punto, innanzitutto, pensando alla salute di Camminatori e Guide.

Sono norme di buon senso, anche se articolate: vi chiediamo pertanto di leggerle attentamente e di darci il vostro consenso firmato in quanto condizione necessaria per poter partecipare all’escursione.

Pur a debita distanza, rimarremo al vostro fianco anche in questa occasione. Dateci fiducia e vi sapremo far passare momenti divertenti e esperienze arricchenti anche se fisicamente (non socialmente, mi raccomando) distanziati.


NON SI PUO’ PARTECIPARE alle nostre attività se:

  • Si accusano sintomi influenzali o infeioni respiratorie come dolori diffusi, febbre con temperatura superiore a 37.5°, raffreddore, tosse
  • Si sono avuti contatti con persone affette da Covid-19 nei 15 giorni precedenti l’escursione o si è in regime di isolamento

SI PUO’ PARTECIPARE alle nostre attività se ci si impegna a rispettare le seguenti regole:

  1. Si è preso visione e firmato il presente REGOLAMENTO che sarà mandato in forma elettronica al momento della conferma della prima partecipazione utile; nel caso di variazioni al documento potrà essere richiesto di firmarlo nuovamente
  2. Si hanno con sè TUTTI i dispositivi di protezione individuale richiesti, consistenti in:
    • Mascherina (possibilmente di tipo riutilizzabile); meglio averne anche anche più di una in modo di avere un ricambio nel caso si dovesse sporcare o bagnare
    • Guanti monouso
    • Gel o soluzione disinfettante
    • Sacchetto per gli indumenti sudati e sacchetto per i DPI usati
  3. Si mantiene SEMPRE la distanza minima di sicurezza di 1 metro dagli altri partecipanti in qualsiasi occasione (pranzo e foto incluse) ; tale distanza sale a 2 metri quando si è in movimento
  4. Si usa correttamente la mascherina ponendola in modo da coprire adeguatamente bocca e naso nei seguenti casi:
    • per starnutire o tossire
    • se si conversa con qualcuno
    • si transita vicino (a meno di 1 metro e solo se strettamente necessario e inevitabile) a persone
    • quando richiesto dalla Guida
  5. Si mantiene la mascherina a portata di mano, pronta per essere prontamente utilizzata, quando, durante le attività che comportano sforzo fisico, non viene utilizzata per consentire una corretta ossigenazione
  6. Si disinfettano molto spesso le mani, ad esempio ma non solo, a inizio escursione e prima dei pasti
  7. Non si scambia alcun tipo di oggetto (inclusi smartphone, bevande, attrezzature o cibo) con gli altri partecipanti
  8. Si seguono, come sempre, tutte le altre indicazioni della Guida in ogni momento

Se nei 15 giorni successivi all’escursione si dovessero accusare sintomi simil-influenzali e, dopo analisi, scoprire di essere positivi al Covid-19, si dovrà notificarlo alla Guida che avviserà, nel rispetto della privacy e quindi senza indicare il nominativo della persona infetta, gli altri partecipanti.

Camminare, il vero BruciaGrassi

21 MAR, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Tisane o altre sostanze “bruciagrassi” capaci di farci diminuire di peso rapidamente andando ad eliminare il grasso in eccesso sono una pura invenzione di marketing. Solo un’attività fisica di tipo aerobico, come il Camminare, abbinata ad un sano stile di alimentazione può veramente riuscire a farlo.

In un celebre video su YouTube, Dario Bressanini spiega, innanzitutto, che queste fantomatiche tisane non possono veramente bruciare i grassi. Lo dimostra scientificamente partendo dalla definizione di Caloria, l’energia necessaria per innalzare di 1 °C (da 14,5 a 15,5) la temperatura di 1 g di acqua distillata alla pressione di 1 atm. Considerando che l’Energia non può essere distrutta ma solamente trasformata e sapendo che un grammo di grassi ha un potere calorico di 9000 Calorie, con pochi e semplici passaggi matematici ricaviamo che con la combustione di 100 grammi di grassi si ottiene un innalzamento della temperatura di 90 Kg di acqua di 10 gradi. Visto che siamo composti al 60% di acqua, se veramente questa miracolosa tisana bruciasse anche solo questa piccola quantità (e 100 grammi di grassi in meno non ci renderanno di certo magri!) questo significherebbe un aumento della nostra temperatura corporea tale da portarci a morte certa.

Per eliminare i grassi, invece, sono necessarie una corretta alimentazione e un’attività fisica adeguata. La prima è ovviamente molto importante ma qui mi interessa concentrarmi sulla seconda.

Il nostro corpo per produrre energia utilizza, approssimando un pò, uno di due meccanismi. Il primo, detto aerobico, avviene quando abbiamo grande disponibilità di ossigeno, cosa che succede in attività prolungate ma di bassa intensità che possiamo svolgere senza avere il “fiatone”. Il secondo, detto anaerobico, interviene quando l’intensità dello sforzo è alta e non riusciamo a introdurre tutto l’ossigeno di cui necessiteremmo.

I due meccanismi utilizzano riserve energetiche diverse. In quello anaerobico vengono utilizzati principalmente le riserve di glicogeno che derivano dai carboidrati. Quello aerobico invece, dopo una ventina di minuti di consumo di glicogeno, comincia a “bruciare” i depositi di grassi.

Camminare è un’attività, entro certi limiti di intensità, di tipo aerobico. Ecco perchè affermo che è il vero bruciagrassi: in questo caso, a differenza delle tisane, l’energia viene spesa e non trasformata in calore !

Ma cosa significa entro certi limiti? Se noi percorriamo un tratto in forte pendenza a ritmo sostenuto e siamo a corto di fiato, quasi sicuramente non staremo nella fascia aerobica ma in quella anaerobica dove non consumiamo le grosse quantità di grassi di cui disponiamo ma le limitate scorte di glicogeno che sono particolarmente preziose visto che senza di queste i grassi non possono essere utilizzati. Per bruciare i grassi bisogna invece avere un passo costante e un ritmo che ci consenta di rimanere in zona aerobica.

Come faccio a rendermi conto in quale delle due fasce mi trovo? Esistono molti sistemi utilizzati da atleti di buon livello (non necessariamente professionisti) ma sono un pò scomodi per “camminatori della domenica”. Un buon metodo, pratico e poco costoso, è l’utilizzo del cardiofrequenzimetro che ci permette di misurare la frequenza dei battiti cardiaci. Svolgendo attività fisica in un determinato range (60-70%) della propria frequenza cardiaca massima è possibile lavorare nella zona aerobica ottenendo lo smaltimento dei grassi e ulteriori benefici dovuti al potenziamento della propria capacità aerobica.

Il cardiofrequenzimentro può essere impostato con allarmi acustici per darci un feedback immediato sull’intensità del proprio sforzo e farci capire se siamo al di fuori dell’intervallo ideale. In più, ci fornisce anche una traccia cronologica che può essere utilissima per successive analisi.

Volete un sistema ancora più semplice? Il Talk Test, un pò approssimativo ma efficace: se riuscite a camminare e a parlare senza fiatone siete in zona aerobica. Facile eh? Si, come camminare.

Nel camminare, il vero segno della sicurezza è una giusta lentezza. Intendo, con questo, una lentezza del camminatore che non è l’esatto contrario della velocità. In primo luogo, è l’estrema regolarità del passo, la sua uniformità. Al punto che potremmo quasi dire che il buon camminatore scivola – Frédéric Gros

Come mantenersi ben idratati

10 GEN, 2018 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Spesso, durante le escursioni, sento i partecipanti dire che preferiscono non bere o, almeno, farlo il meno possibile. Le motivazioni che vanno per la maggiore sono che non hanno sete e che non vogliono sudare. Ah, si, anche che non vogliono fare pipì in continuazione.

L’acqua è indispensabile per tutte le reazioni biochimiche nel nostro organismo e durante gli sforzi fisici ci protegge dal surriscaldamento attraverso la secrezione di sudore che evapora sottraendo così al corpo il calore eccedente (principio del calore latente, in termodinamica). Quindi, il sudore non va pensato solo come un fastidio, ma come una fantastica difesa dell’organismo; limitando l’acqua, riduciamo, in realtà, le nostre capacità di contrastare tale surriscaldamento e rischiamo di provocare danni molto maggiori che non la semplice sensazione di umido sulla pelle.

L’acqua, infatti, costituisce mediamente il 60% dell’intera massa corporea e una sua carenza è mal tollerata dal nostro organismo. Una perdita del 2% del volume dell’acqua corporea totale altera la termoregolazione e influisce negativamente sull’efficienza e sulle capacità fisiche (tra cui un aumento della frequenza cardiaca e una riduzione della sua gittata). Una perdita del 5% comporta il rischio di crampi e può portare ad una riduzione del 30% della prestazione fisica. Perdite superiori risultano particolarmente pericolose e mettono in serio rischio la vita.

Quindi, se mentre si cammina, si ritiene di sudare troppo è meglio rallentare piuttosto che rinunciare a bere. Anzi, meglio prendere l’occasione per una sosta proprio per reintegrare quei liquidi che stanno evaporando con la sudorazione o con altri meccanismi come l’urina.

Non solo,  la sudorazione sarà tanto più efficiente quanto meglio siamo idratati. Infatti, quando la quantità di acqua presente nel nostro organismo è sufficiente, il contenuto salino (sodio, cloro, potassio e magnesio) del sudore sarà basso ottenendo così una valida evaporazione. Se invece abbiamo bevuto poco, il sudore conterrà una maggiore concentrazione di sali determinando un minore raffreddamento del corpo. Avete capito ora l’origine del famoso “sudore salato” che brucia venendo a contatto con la congiuntiva o la mucosa delle labbra?

Considerando che, in condizioni normali di temperatura e a riposo un soggetto assume (con le bevande e attraverso gli alimenti) mediamente 2,5 litri di acqua al giorno, per un’escursione di 6 ore sopra i 1.500 metri consiglio di portare almeno 2,5 litri di acqua (anche di più in caso di alte temperature) da bere con regolarità e a piccoli sorsi: 150-200 ml (un bicchiere d’acqua) ogni 20-30 minuti. Immaginate il nostro organismo come una spugna: se versate troppa acqua, l’eccedente andrà perso. Fate in modo che la “spugna” sia costantemente bagnata ma senza sprechi.

Sicuramente utili sono le bevande arricchite di sali minerali (potassio, magnesio e sodio), poiché, paradossalmente, l’ingestione di acqua priva di questi (come quella della fusione della neve) provoca un’ulteriore disidratazione dell’organismo oltre che un potenziale squilibrio nel rapporto tra idratazione e condizione elettrolitica. Il mio consiglio, comunque, è di non abusarne.

Per trasportare l’acqua si possono usare bottiglie riciclabili di plastica dura, di vetro, di alluminio (anche se non sono completamente a loro favore) ma sicuramente non le bottigliette di plastica mono uso (leggi perchè sul mio articolo)! Le “sacche col tubicino” (camelbak per gli escursionisti cool) che si infilano dentro lo zaino sono davvero molto comode e hanno due grandi vantaggi: diminuiscono di volume man mano che si beve e, soprattutto, avendo il tubicino sempre a portata di mano si può, con estrema praticità, bere regolarmente e in piccole quantità come suggerito precedentemente. Gli svantaggi sono che, spesso, danno un saporaccio di plastica all’acqua (ma dipende anche dal modello) e che possono presentare problemi di ammuffimento se non pulite e asciugate perfettamente (mi riferisco soprattutto al tubicino).

E’ importante continuare ad idratarsi anche alla conclusione dell’escursione. A tal proposito, come confermato da uno studio pubblicato sull’International Journal of Sport Nutrition, una buona birra artigianale non filtrata a bassa gradazione (< del 4%), grazie alla bassa percentuale di zuccheri e alla presenza di magnesio, fosforo, calcio e complesso B può essere considerata un ottimo energetico. Una sola e a bassa gradazione, eh!

Anche un buon bicchiere di vino rosso, oltre ad allietare il pasto, può, grazie ai flavonoidi, garantire un’azione antiossidante sull’intero organismo.

Assolutamente da evitare qualsiasi tipo di alcolico, invece, durante l’escursione. Non solo perchè rallenta, anche notevolmente, i riflessi. Ma anche per la sua azione di dilatazione dei vasi sanguigni che comporta una maggiore dispersione di calore con conseguente raffreddamento della temperatura corporea (la sensazione inziale di calore e tepore, infatti, è solo temporanea).

Da evitare anche l’acqua gassata perchè dilatando lo stomaco comprime il diaframma e rende più difficile la respirazione.

Altri fattori che influenzano lo stato di idratazione (e quindi la necessità di bere acqua) sono, ovviamente, la temperatura e l’irraggiamento. Anche il vento facilita il processo di evaporazione del sudore (e quindi accelera la disidratazione) solo che ce ne accorgiamo di meno, in quanto la fastidiosa sensazione di umidiccio sulla pelle scompare in fretta: tenetene conto, anche d’inverno!

Mantenersi idratato inoltre permette di depurare l’organismo dalle tossine espellendole all’esterno, garantisce il trasporto dei nutrienti, lubrifica le articolazioni, aiuta il sistema digestivo.

Bottiglie d’acqua usa e getta in plastica in escursione?

22 SET, 2017 in Articoli Salute di Agostino Anfossi

Appartengo a quella generazione che negli anni ’70 ha cominciato a vedere scomparire le bottiglie di vetro in cambio di bottiglie di plastica. E, quindi, per un certo periodo della mia vita ho trovato quasi naturale che quell’elemento fosse quello “giusto” per contenere liquidi e che fosse pratico, sicuro (non si spacca in mille schegge quando cade) e leggero. Nel mondo di allora, anche lo smaltimento era “leggero”. Una buca e via, tutto insieme e aspettiamo che si decompongano.

Quel mondo però sta esplodendo e abbiamo cominciato a chiederci, da parecchi anni e senza avere ancora oggi soluzioni, come gestire tutto quel volume di plastica che resta quando abbiamo consumato quello che vi era contenuto.

Ci sono video su YouTube che raccontano quella nascita del consumo delle bottiglie d’acqua usa e getta in plastica, del business che lo sospinge, del consumo di risorse naturali (per ottenere una bottiglia da 1 litro occorrono 3 litri d’acqua e un quartino di petrolio) e dell’inquinamento che ne deriva dalla loro distribuzione e produzione. E di come , soprattutto, queste finiscano nei mari (formando vere e proprie isole come la Great Pacific Garbage Patch ), nelle discariche e in luoghi a volte remoti (aggiungendo altro inquinamento per compattazione e trasporto) dove sono riciclate solo in piccola parte (più che di recycling bisognerebbe parlare di downcycling, cioè ovvero la loro trasformazione in prodotti o oggetti di qualità inferiore).

Non dovrebbe essere quindi necessario spiegare perchè evitarne l’utilizzo o del perchè limitarlo a casi eccezionali, eppure quando chiedo ai partecipanti delle escursioni perchè usano la bottiglietta d’acqua presa al supermercato o al bar spesso vedo stringersi soppracciglia ad indicare che non hanno ben compreso la domanda e che per loro non c’è niente di più scontato che portarsela in escursione nello zaino.

Qualcuno, con un senso ambientalista un pochino più marcato, mi risponde che comunque riutilizza a lungo le stesse bottiglie di plastica. Al di là del fatto che questo non risolve radicalmente il problema voglio far notare che ci sono state, e continuano ad esserci, discussioni sull’integrità igenica delle bottiglie di plastica in caso di riuso.

Ci sono, infatti, vari tipi di plastica. Le bottiglie d’acqua tradizionali che troviamo nei supermercati sono in PET (Polietilene tereftalato). A volte è scritto per esteso; a volte, in basso vicino alla base è presente un simbolo con 3 frecce a forma di triangolo al cui interno è posto un numero che indica il “tipo” di plastica. Ebbene, “1“, indica il PET.

Quello su cui tutti gli esperti del settore concordano è che le bottiglie in PET siano prodotte e commercializzate per essere utilizzate un’unica volta e che, dopo svariati cicli di utilizzo (a cui si possono sommare tagli, rotture, graffi e variazioni rilevanti di temperatura che alterano la bottiglia rispetto al suo stato originale), potrebbero perdere le caratteristiche sia tecnologiche sia chimiche, e quindi, non essere più idonee a entrare in contatto con gli alimenti. Da qui in poi, sullo stabilire cosa può succedere di conseguenza, le opinioni divergono e comincia il puro terrorismo psicologico, con minacce di “possibili” rilasci di BPA (bisfenolo A che può causare disturbi al funzionamento del nostro sistema ormonale), acetaldeide e antimonio e di contaminazioni microbiche nei liquidi contenuti.

Sono considerazioni che lascio agli esperti e su cui non sono in grado di dare un’opinione. Però sicuramente preferisco e consiglio di adottare contenitori riutilizzabili, esplicitamente prodotti per essere utilizzati più volte come, ad esempio, le bottiglie in nalgene (si pronuncia “nal-gin” e non “nal-ghene” come ho sentito dire da qualche negoziante).

In Italia non sono molto conosciute ma negli States, dove le producono, sono diffusissime tra i trekker a quanto pare. Sono prodotte in una plastica LDPE ( low-density polyethylene) molto resistente che non si rompe o deforma in nessun tipo di situazione che si possa normalmente verificare durante un’escursione. Sono certificate BPA-free e possono contenere liquidi freddi e caldi e, per esperienza personale, sono leggere, facili da pulire e non trattengono o producono  odori.

E quando l’escursione presenta poche difficoltà utilizzo invece una bottiglia leggera del buon, vecchio, caro vetro come quelle che si trovano da Ikea a meno di un euro.Nessuna alterzione dell’acqua. Di contro è che, ovviamente, si possono rompere e l’ingombro è leggermente (ma di poco) superiore a quello della bottiglia di Nalgene descritta sopra.

Riempiendo, in tutti i casi, con l'”acqua del sindaco.